21 gennaio 2016

Il Cinque Maggio - Alessandro Manzoni

Il 16 luglio 1821, Manzoni apprese della morte di Napoleone dalla Gazzetta di Milano e ne fu talmente colpito che scrisse di getto l'ode Il cinque maggio.
Per spiegare questa scelta scrisse all'amico Cesare Cantù: "Era un uomo che bisognava ammirare senza poterlo amare; il maggior tattico, il più infaticabile conquistatore, colla miglior qualità dell'uomo politico, il saper aspettare e il saper operare. La sua morte mi scosse, come se al mondo venisse a mancare qualche elemento essenziale; fui preso da smania di parlarne, e dovetti buttar giù quest'ode; l'unica che, si può dire, improvvisassi in meno di tre giorni. Ne vedevo i difetti; ma sentivo tale agitazione e tale bisogno di uscirne, di metterla via, che la mandai al censore. Questi mi consigliò di non pubblicarla; ma dal suo stesso ufficio ne uscirono le prime copie a mano".
Parole che spiegano bene quale fu la genesi dell'opera e che ci fanno capire il senso di una struttura fatta di immagini e scorci rapidissimi, di brevi e rapide allusioni appoggiate sulla carta non appena affiorate alla mente. Come rilevò il De Sanctis, Manzoni fece "colla parola quello che fa il pittore: rompere le distanze, sopprimere i tempi, togliere la successione negli avvenimenti, fonderli, raggrupparli, e di tanti avvenimenti diversi per tempi e per luoghi formarne uno solo che produca impressione instantanea."
Per comprendere il testo occorre ricordare che Manzoni scrive da una prospettiva cristiana: la vita dell'imperatore è osservata alla luce del suo epilogo, del confronto tra la vicenda di un uomo in cui la divinità volle imprimere con maggior forza la sua "orma" e la dimensione in cui la gloria passata non è che "silenzio e tenebre".
Per quanto concerne la metrica abbiamo delle strofe abbinate di sei settenari (versi che hanno l'ultimo accento tonico sulla sesta sillaba). Il primo verso, il terzo e il quinto sono sdruccioli. L'ultimo è tronco e rima con il sesto della strofa successiva.



IL CINQUE MAGGIO

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
cosìin correlazione con Siccome del v. 1
percossa, attonita
la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pié mortale
la sua
cruentasanguinosa
polvere
a calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha:

vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.

Dall'
Alpiallude alla Campagna d'Italia del 1796
alle
Piramidiallude alla Campagna d'Egitto 1789-1799
,
dal
ManzanarreCampagna di Spagna 1808-1809
al
RenoAllude alle Campagne di Germania, dal 1805
,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al
TanaiDon, allusione alla campagna di Russia del 1812
,
dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio:
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segnofatto segno
d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;

tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
oh quante volte ai posteri
narrar sé stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!

oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i
raiocchi
fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!

e ripensò le mobili
tende, e i percossi
vallifortificazioni
,
e il lampo de’
manipoligruppo di soldati
,
e l’onda dei cavalli,
e il
concitatoveemente
imperio,
e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
cadde lo spirto
aneloaffannato
,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;

e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desidéri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
fede ai trionfi avvezza!
scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al
disonor del Golgotala croce

giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta
coltriceletto di morte (materasso)

accanto a lui posò.


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