Il dottore diceva che c’erano certi sintomi, per cui si poteva dedurne che c’era una certa affezione interna, che se però non veniva confermata da certi esami, poteva invece trattarsi di una certa altra infermità, che in ogni caso era solo una supposizione, perché per arrivare a una certa diagnosi mancavano certi elementi del quadro, eccetera eccetera. Solo una cosa interessava Ivàn Il’ìč: il suo stato era pericoloso o no? Ma il dottore ignorava quella inopportuna richiesta. Dal suo punto di vista, la domanda era oziosa e non meritava di esser presa in considerazione: si trattava solo di soppesare una serie di ipotesi, rene mobile, catarro cronico, malattia dell’intestino cieco. La vita di Ivàn Il’ìč non era in questione, era in questione la disputa fra rene mobile e intestino cieco. E, sotto gli occhi di Ivàn Il’ìč, il dottore risolse brillantemente questa disputa a favore dell’intestino cieco, con la riserva però che l’esame dell’urina poteva fornire nuovi dati e che allora tutto il quadro della malattia andava rivisto.
[...]
Dalle parole del dottore Ivàn Il’ìč arrivò alla conclusione che stava male, che forse al dottore non gliene importava niente, a nessuno forse importava niente di lui, ma stava male. E questa conclusione colpì dolorosamente Ivàn Il’ìč, suscitandogli un senso di grande pena per se stesso e di grande rabbia contro quel dottore tanto indifferente verso una questione così vitale. Ma non disse niente. Si alzò, mise i soldi sul tavolo e, sospirando, fece: «Noi malati probabilmente le rivolgiamo spesso delle domande fuori posto. Ma insomma, questa malattia è pericolosa o no?»
Il dottore gli gettò uno sguardo severo attraverso gli occhiali, con un occhio solo, come per dire: imputato, cerchi di rimanere nei limiti delle domande che le vengono poste, altrimenti mi vedrò costretto ad allontanarla dall’aula.
«Già le ho detto quello che mi pareva necessario e utile», disse il dottore. «Il resto ce lo diranno le analisi.» E s’inchinò.
Ivàn Il’ìč uscì lentamente, salì sulla slitta tutto tetro e tornò a casa. Per tutta la strada ripassava mentalmente, senza tregua, quello che aveva detto il dottore, cercando di tradurre in un linguaggio semplice tutte quelle parole scientifiche ingarbugliate, confuse, e di trovare in esse la risposta alla domanda che lo tormentava: stava male, molto male, o c’era ancora speranza? Gli sembrava che il senso del discorso del dottore indicasse una risposta negativa: stava molto male. Tutto per strada sembrò triste e cupo a Ivàn Il’ìč. I cocchieri erano tristi, le case erano tristi, i passanti, le botteghe erano tristi. Quel suo dolore, quel dolore sordo, ottuso, che non lo abbandonava mai, neanche per un attimo, alla luce degli oscuri discorsi del dottore aveva acquistato, gli pareva, un nuovo senso, più grave. Ivàn Il’ìč ormai gli prestava ascolto con un nuovo sentimento, un sentimento di grave pena.
Arrivò a casa e si mise a raccontare tutto alla moglie. La moglie lo ascoltò, ma a metà del racconto entrò la figlia con in testa un cappellino: si preparava a uscire con la madre. Con uno sforzo si sedette ad ascoltare quella storia noiosa, ma non resistette a lungo, e neppure la madre l’ascoltò fino in fondo.
«Be’, sono proprio contenta», disse la moglie. «Ora devi stare attento a prendere la medicina. Dammi la ricetta, manderò Gerasim a prenderla in farmacia.» E andò a vestirsi.
Finché la moglie era stata presente, Ivàn Il’ìč aveva trattenuto il respiro; quando se ne fu andata, sospirò pesantemente.
«Ma sì», disse, «forse non è poi così grave...»
Cominciò a prendere la medicina, a seguire le prescrizioni del medico, che peraltro cambiarono dopo l’esame dell’urina.
Da Lev Tolstoj, LA MORTE DI IVAN IL’IČ
Nessun commento:
Posta un commento
commenta