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8 marzo 2026

La guerra che verrà, Bertolt Brecht

Der Krieg, der kommen wird, Bertolt Brecht

Der Krieg, der kommen wird
Ist nicht der erste. Vor ihm
Waren andere Kriege.
Als der letzte vorüber war
Gab es Sieger und Besiegte.
Bei den Besiegten das niedere Volk
Hungerte. Bei den Siegern
Hungerte das niedere Volk auch.


Traduzione
La guerra che verrà non è la prima. Prima di lei ci sono state altre guerre.
Quando l'ultima terminò c'erano vincitori e vinti.
Presso i vinti il popolo oppresso soffriva la fame.
Presso i vincitori, allo stesso modo, soffriva la fame il popolo oppresso.

26 novembre 2023

La testa del chiodo

La testa del chiodo è una filastrocca di Gianni Rodari, pubblicata nel libro “Filastrocche in cielo e in terra” nel 1960. Questa poesia è un esempio di come Rodari sappia sfruttare il gioco di parole e l’umorismo per stimolare la riflessione nei giovani lettori.

La poesia è composta da tre strofe di quattro settenari (piani, tronchi e sdruccioli).

Il significato della poesia risiede nelle sue apparenti contraddizioni, che sfidano le aspettative del lettore. Ad esempio, la palma della mano che non fa datteri o il treno che ha una coda ma non scodinzola. Questi giochi di parole invitano i lettori a riflettere sulle diverse accezioni delle parole.

L’ultima strofa offre una riflessione finale: anche se un chiodo ha una testa, non può ragionare, un’osservazione che, secondo Rodari, può applicarsi anche ad alcune persone. Questo finale offre un tocco di saggezza e invita i lettori a riflettere sulla differenza tra avere una “testa” fisica e usarla per pensare e ragionare.

La testa del chiodo, di Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra, edito nel 1960 da Einaudi.


La palma della mano

i datteri non fa,

sulla pianta del piede

chi si arrampicherà?


Non porta scarpe il tavolo,

su quattro piedi sta:

il treno non scodinzola

ma la coda ce l'ha.


Anche il chiodo ha una testa,

però non ci ragiona:

la stessa cosa càpita

a più d'una persona. 


11 giugno 2022

The Laughing Heart - Charles Bukowski - A Short Film


Animation and Illustration: Bradley Bell Poem by: Charles Bukowski Spoken by: Tom Waits Music: Grizzly Bear - Foreground

The Laughing Heart by Charles Bukowski
your life is your life don’t let it be clubbed into dank submission. be on the watch. there are ways out. there is light somewhere. it may not be much light but it beats the darkness. be on the watch. the gods will offer you chances. know them. take them. you can’t beat death but you can beat death in life, sometimes. and the more often you learn to do it, the more light there will be. your life is your life. know it while you have it. you are marvelous the gods wait to delight in you.

La tua vita è la tua vita non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell’arrendevolezza. stai in guardia. ci sono delle uscite. da qualche parte c’è luce. forse non sarà una gran luce ma la vince sulle tenebre. stai in guardia. gli dei ti offriranno delle occasioni. riconoscile. afferrale. non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte nella vita, qualche volta. e più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà. la tua vita è la tua vita. sappilo finché ce l’hai. tu sei meraviglioso gli dei aspettano di compiacersi in te.

30 marzo 2022

Ogni volta che mi baci muore un nazista

Ogni volta che mi baci muore un nazista è tratto dalla raccolta di Guido Catalano intitolata Ogni volta che mi baci muore un nazista. 144 poesie bellissime pubblicata nel 2017. Nella prefazione l'autore spiega che "ci sono poesie che, se le usi con dovizia, tipo dedicandole alla donna dei tuoi sogni, poi lei si innamora di te" e anche che "In realtà le poesie contenute in questo libro non sono 144, ma di più. È che ci piaceva il numero". Spesso, come in questo caso, le sue poesie sono costruite come un dialogo.


Ogni volta che mi baci muore un nazista

«Ogni volta che mi baci muore un nazista.»

«Avremmo dovuto conoscerci durante la Seconda guerra mondiale, non trovi?»


«Ogni volta che mi dici che ti manco, un camionista sorride.»

«Cosa c’entra?»


«Non lo so, mi piaceva l’immagine di un camionista

stanco che percorre la sua lunga interminabile

strada dall’est all’ovest sul suo gigantesco

autoarticolato e a un certo punto sorride,

senza sapere neanche lui il perché.»

«Sei strano tu.»


«Ogni volta che facciamo l’amore, ringiovanisco di tre anni.»

«Allora dobbiamo stare attenti, che non vorrei una mattina o l’altra, svegliarmi accanto a un bimbo.»


«Ogni volta che vedo la luna che galleggia piena e gialla

sulla mia città penso che anche tu, dalla tua città,

se alzi il naso, vedi la mia stessa luna piena e gialla

e tutto ciò mi sembra meraviglioso

e romantico e bellissimo.»

«Poi capisci che stai rincoglionendo?»

«Sì.»

«Eh.»


«Ogni volta che penso alla possibilità di perderti, il mio cuore si ferma per cinque secondi.»

«Ho un amico cardiologo, ti do il numero.»


«Ogni volta che mi dici che m’ami divento cintura nera di felicità settimo dan.»

«Io non t’ho mai detto che t’amo.»

«C’è sempre una prima volta.»

«Sembri molto sicuro di te.»


«Non credi che io abbia un sacco di buoni motivi per esserlo?»

«Vuoi la verità?»


«Non so se sono pronto per la verità, baciami.»

«E sia, un nazista in meno.»

IL VECCHIO PROFESSORE di Wisława Szymborska


Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, Wisława Szymborska (1923-2012) è una poetessa polacca. La poesia che segue, Il vecchio professore, è tratta dalla raccolta di poesie Dwukropek (Due punti) del 2005. 


IL VECCHIO PROFESSORE

Gli ho chiesto di quei tempi,

quando ancora eravamo così giovani,

ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.

È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro

cosa è bene e male per il genere umano.

È la più mortifera di tutte le illusioni

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto del futuro,

se ancora lo vede luminoso.

Ho letto troppi libri di storia

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto della foto,

quella in cornice sulla scrivania.

Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,

moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,

gatto in braccio alla figlioletta,

e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio

un uccello non identificato in volo

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.

Lavoro

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.

Alcuni miei ex assistenti,

che ormai hanno anche loro ex assistenti,

la signora Ludmila, che governa la casa,

qualcuno molto intimo, ma all’estero,

due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,

il piccolo Jas che abita di fronte e Marco Aurelio

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto della salute e del suo morale.

Mi vietano caffè, vodka e sigarette,

di portare oggetti e ricordi pesanti.

Devo far finta di non aver sentito

– mi ha risposto.

Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.

Quando la sera è tersa, osservo il cielo.

Non finisco mai di stupirmi,

tanti punti di vista ci sono lassù

– mi ha risposto.

 

L’ODIO di Wisława Szymborska

Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, Wisława Szymborska (1923-2012) è una poetessa polacca. La poesia che segue, L'odio, è tratta dal volumetto di poesie Koniec i początek (La fine e l’inizio) del 1993. Inutile dire, come spiega la Szymborska, che l'odio è - sempre - terribilmente attuale e - sempre - produce rovine.


L’ODIO

Guardate com’è sempre efficiente,

come si mantiene in forma

nel nostro secolo l’odio.

Con quanta facilità supera gli ostacoli.

Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.

Insieme più vecchio e più giovane di loro.

Da solo genera le cause

che lo fanno nascere.

Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.

L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –

purché ci si inginocchi per il via.

Patria o no –

purché si scatti alla partenza.

Anche la giustizia va bene all’inizio.

Poi corre tutto solo.

L’odio. L’odio.

Una smorfia di estasi amorosa

gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –

malaticci e fiacchi.

Da quando la fratellanza

può contare sulle folle?

La compassione è mai

giunta prima al traguardo?

Il dubbio quanti volenterosi trascina?

Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.

Occorre dire quante canzoni ha composto?

Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso

su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:

sa creare bellezza.

Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.

Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.

Innegabile è il pathos delle rovine

e l’umorismo grasso

della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto

tra fracasso e silenzio,

tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai

il motivo del lindo carnefice

sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.

Se deve aspettare, aspetterà.

Lo dicono cieco. Cieco?

Ha la vista acuta del cecchino

e guarda risoluto al futuro

– lui solo.


7 gennaio 2022

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto I

 Dal canale La Divina Commedia in HD

Il primo video è una sorta di riassunto animato del I canto. Il secondo contiene il testo del I canto dell'Inferno, quello che fa da proemio a tutta la Commedia e ci racconta come e perché Dante si trova nella selva oscura. 





13 marzo 2021

Memorial Tablet - una poesia di Siegfried Sassoon


Una poesia tratta da The War Poems of Siegfried Sassoon  (1919) di Siegfried Sassoon. 

Ovviamente la war di cui si parla è la Grande Guerra. 

In particolare si ricorda la battaglia di Passchendaele (nota anche come Terza battaglia di Ypres), combattuta sul fronte occidentale tra il 31 luglio e il 6 novembre del 1917. 

Le passerelle da trincea (si veda la foto a lato) erano dei rudimentali pianali, costruiti con assi di legno, che servivano a rendere "agevole" il passaggio dei soldati.

Il Lord Derby che viene citato è Edward Stanley, XVII conte di Derby. Il suo programma di arruolamento entrò in vigore nel 1915.


Memorial Tablet

Squire nagged and bullied till I went to fight

(Under Lord Derby's scheme). I died in hell -

(They called it Passchendaele); my wound was slight,

And I was hobbling back, and then a shell

Burst slick upon the duck-boards; so I fell

Into the bottomless mud, and lost the light.


In sermon-time, while Squire is in his pew,

He gives my gilded name a thoughtful stare;

For though low down upon the list, I'm there:

"In proud and glorious memory"-that's my due.

Two bleeding years I fought in France for Squire;

I suffered anguish that he's never guessed;

Once I came home on leave; and then went west.

What greater glory could a man desire?


Targa a ricordo dei Caduti della Grande Guerra

Umiliato e vessato dal padrone finché non andai al fronte,

(grazie alla legge sull’arruolamento di Lord Derby). Morii nell’inferno ‒

(Però lo chiamavano Passchendaele). Avevo ferite leggere,

e stavo trascinandomi dietro le linee, quando una granata

esplose proprio sopra la improvvisata passerella: così caddi

nel fango senza fondo, e resi l’anima a Dio.


All’ora della predica, mentre il padrone siede alla sua panca,

gli cade lo sguardo pensoso sul mio nome a lettere d’oro;

perché, anche se verso il fondo della lista, ci sono anch’io;

«Alla memoria gloriosa e imperitura...» è quanto mi spetta.

Due terribili anni in Francia ho combattuto, per il padrone:

ne ho passate tante che lui neanche immagina.

Una sola volta a casa in licenza: e poi il gran salto…

Quale gloria più alta può mai desiderare un uomo?


Siegfried Sassoon (trad. Giorgio Miglior)

12 febbraio 2021

Er buffone - Trilussa

Anticamente, quanno li regnanti

ciaveveno er Buffone incaricato

de falli ride – come adesso cianno

li ministri de Stato,

che li fanno sta' seri, che li fanno –

puro el Leone, Re de la Foresta,

se mésse in testa de volé er Buffone.

Tutte le bestie agnedero ar concorso:

l'Orso je fece un ballo,

er Pappagallo spiferò un discorso,

e la Scimmia, la Pecora, er Cavallo...

Ogni animale, insomma, je faceva

tutto quer che poteva

pe' fallo ride e guadambiasse er posto;

però el Leone, tosto,

restava indiferente: nu' rideva.

Finché, scocciato, disse chiaramente:

— Lassamo annà: nun è pe' cattiveria,

ma l'omo solo è bono a fa' er buffone:

nojantri nun ciavemo vocazzione,

nojantri semo gente troppo seria! 


24 marzo 2020

Endecasillabo

L'endecasillabo è il verso più diffuso della poesia italiana.
Si tratta di un verso il cui ultimo accento ritmico cade sulla decima sillaba (gli altri accenti sono mobili, entro certi limiti).
L'endecasillabo piano è composto di undici sillabe.


Esempio di endecasillabo
"Nel mezzo del cammin di nostra vita"
  1. Nel
  2. mez
  3. zo
  4. del
  5. cam
  6. min (accento)
  7. di
  8. no
  9. stra
  10. vi (qui, sulla decima sillaba, l'ultimo accento)
  11. ta
Attenzione alla sinalefe: la sinalefe fa sì che due vocali contigue (la vocale finale d'una parola e quella iniziale della parola successiva) siano contate come una sola sillaba.

Esempio di sinalefe
"Mi ritrovai per una selva oscura"
  1. Mi
  2. ri
  3. tro
  4. vai 
  5. pe
  6. ru
  7. na
  8. sel
  9. va os (sinalefe)
  10. cu
  11. ra

Si distinguono due tipi di endecasillabo:

  • a minore (accento secondario sulla IV sillaba, Mi ritrovài per una selva oscura)
  • a maiore (accento secondario sulla VI sillaba, Nel mezzo del cammìn di nostra vita)

Se vuoi provare a creare i tuoi endecasillabi potresti partire da un schema con undici spazi che dovranno essere riempiti da altrettante sillabe. Può essere di aiuto prendere spunto da qualche endecasillabo famoso (ad esempio quelli della Divina Commedia).

Nel
mez
zo
del
cam
min
di
no
stra
vi
ta
col
puz
zo
del
to
pin
di
Non
na
Pi
Na
Mal
va
gio
pro
fes
so
re
d'i
ta
lia
no



7 giugno 2019

Er giorno der Giudizzio - Il giorno del giudizio universale

Un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, uno di quei sonetti in cui il popolo di Roma è ritratto nel tentativo di confrontarsi con la dottrina cattolica. Corredo con qualche nota e con la versione recitata da Gassman.



Er giorno der Giudizzio

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.

Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone,
pe rripijjà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca.

E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo usscirà ’na sonajjera
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera.


note
v. 5 filastrocca: lunga fila.
v. 8 bbiocca: chioccia.
v. 10 bbianca, e nnera: i buoni e i cattivi.
v.11 una pe annà in cantina, una sur tetto: una per andare all'inferno, una in paradiso.
v. 12 sonajjera: Grande moltitudine.

29 aprile 2019

Ungaretti - scheda didattica

Una - sintetica - scheda didattica su Giuseppe Ungaretti. Contiene:

  • una piccola introduzione con qualche notizia biografica, 
  • un breve brano tratto dalla Letteratura dell'Italia unita di Gianfranco Contini, 
  • una serie di poesie, tratte da L'allegria, corredate di note esplicative per agevolare la parafrasi e la comprensione, 
  • una poesia più recente, del '68, Per i morti della resistenza.

Giuseppe Ungaretti
Scheda didattica con poesie annotate (pdf 177 kb)


Ne approfitto per additare:

18 febbraio 2019

Pianto Antico - Carducci



Pianto antico

L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da' bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior della mia pianta
percossa e inaridita,
tu dell'inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.


Giosue Carducci - Nevicata



La poesia è parte delle Odi barbare e fu scritta il 29 gennaio 1881 (anno in cui muore Carolina Cristofori Piva). Si apre con la descrizione di una nevicata che attenua i suoni della città (Bologna) creando un'atmosfera incantata e spettrale. La malinconia trasmessa dal paesaggio porta il poeta a ricordare gli amici scomparsi e a promettere che presto riposerà con loro.
  1. La prima strofa descrive la neve che cade lentamente dal cielo grigio, e l'assenza di suoni vivaci che solitamente si sentono in città, come il rumore dei carri o le canzoni allegre dei giovani.
  2. Nella seconda strofa, il poeta descrive il suono delle campane della torre della piazza che suonano tristi, come se fossero il sospiro di un mondo lontano dal giorno presente.
  3. Nella terza strofa, il poeta sente dei piccoli colpi sui vetri appannati e immagina che siano gli amici morti che ritornano sotto forma di spiriti e che lo vogliono con loro.
  4. Nell'ultima strofa, il poeta esprime il desiderio di andare a riposare nella quiete e nell'ombra, ma si rivolge anche al suo cuore indomito chiedendogli di calmarsi (si noterà il richiamo al Foscolo di Alla sera).
La poesia utilizza immagini evocative per descrivere la sensazione di solitudine e malinconia che la nevicata provoca, attraverso il contrasto tra la tranquillità della neve e il silenzio assordante della città.


Metrica: Distici elegiaci (nella metrica classica sono distici formati da un esametro e da un pentametro; Carducci cercò di ricrearli nella metrica italiana combinando settenari con novenari e settenari con ottonari).

Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinerëo1: gridi,
suoni di vita più non salgono da la città,
non d’erbaiola2 il grido o corrente rumore di carro,
non d’amor la canzon ilare e di gioventù3.
Da la torre di piazza4 roche5 per l’aëre le ore
gemon6, come sospir d’un mondo lungi dal dì7.
Picchiano uccelli raminghi8 a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci9 son, guardano e chiamano a me.
In breve10, o cari, in breve – tu càlmati, indomito11 cuore –
Giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò12.

1Grigio, del colore della cenere.
2Venditrice di erbe ed ortaggi.
3La canzone d'amore allegra (ìlare) e giovanile.
4La torre di Palazzo d'Accursio in Piazza Maggiore.
5Fioche, poiché il suono è attutito dalla neve.
6Le ore, suonate dalle campane, gemono, ossia emettono un suono lamentoso.
7Fuori dal tempo.
8Che vagano senza meta.
9Gli spiriti amici che tornano.
10Tra poco.
11Non domato, fiero. Apostrofe: il poeta si rivolge direttamente al suo cuore, che ci ricorda lo spirto guerrier di Foscolo.
12La morte vista come riposo può consentire di ricordare Foscolo.

Parafrasi: La neve fiocca lenta attraverso il cielo grigio: dalla città non salgono più né grida né suoni di vita, non si sente l'urlo della verduraia né il rumore dei carri, non si sente l'allegra e giovanile canzone d'amore. Dalla torre della piazza risuonano deboli i rintocchi delle ore, come il sospiro di un mondo fuori dal tempo. Uccelli che vagano senza meta picchiano contro i vetri appannati: sono gli spiriti amici che tornano, che mi guardano e mi chiamano. Tra breve, o cari - tu calmati, cuore non domato - tra breve, verrò giù là dove non c'è che silenzio e nell'ombra riposerò.

28 novembre 2018

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - Cesare Pavese



Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

24 novembre 2018

Il trionfo di Bacco e Arianna - Lorenzo de' Medici

Si tratta di una ballata scritta in occasione del carnevale del 1490. L'autore immagina di presentare un corteo carnevalesco e tesse in tal modo un inno all'amore e un'esaltazione dei piaceri mondani. Fa da ritornello costante a tutta la lirica l'invito a godere del presente senza aspettarsi nulla da un incerto domani (motivo oraziano del carpe diem).


Il trionfo di Bacco e Arianna

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arïanna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia
di doman non c’è certezza.

Queste ninfe anche hanno caro
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo
se non gente rozze e ingrate:
ora, insieme mescolate,
suonon, canton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio, è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha a esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Due note
Bacco è una divinità della religione romana, Dio del vino e della vendemmia.
Arianna è un personaggio della mitologia greca, principessa di Creta, figlia del re Minosse e di Pasifae. Compare nel mito del Minotauro ed è colei che aiuta Teseo fornendogli il proverbiale filo di Arianna.
Le Ninfe sono divinità della religione greca, potenze dei boschi, dei monti, delle acque e delle sorgenti. Erano giovani e bellissime. Le ninfe erano suddivise in varie categorie, queste sono le Baccanti.
I satiri sono divinità minori, personificazioni della fertilità e della forza vitale della natura.
Sileno è il dio degli alberi, figlio di Pan. Fu l'educatore del Dio Dioniso. Si abbandonò infine al vizio del bere.
Mida fu re della Frigia. È molto celebre per la capacità di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse.

Metro: sette ottave (e ritornello) di versi ottonari.

22 ottobre 2018

In morte del fratello Giovanni - Foscolo


Il sonetto fu scritto nel 1803, due anni dopo la morte del fratello Giovanni, avvenuta forse per suicidio, in seguito a debiti di gioco. Gian Dioniso Foscolo, detto Giovanni, era di tre anni più giovane del fratello ed era un ufficiale della Repubblica cisalpina.
Nella poesia compaiono temi già incontrati in altri sonetti. Il tema dell’esilio in A Zacinto e il tema della morte come quiete, in opposizione alla tempesta della vita, in Alla sera. Niente di nuovo per quanto riguarda la metrica: si tratta di un sonetto di endecasillabi con schema ABAB ABAB CDC DCD. Per il tema e per lo stile, ricorda il carme 101 del poeta latino Catullo, In morte del fratello.
In morte del fratello Giovanni
Un dì1,se io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente2, me vedrai seduto
su la tua pietra3, o fratel mio4, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto5:
la madre or sol, suo dì tardo traendo6,
parla di me col tuo cenere muto7:
ma io deluse a voi le palme tendo8
e sol da lunge i miei tetti9 saluto.

Sento gli avversi Numi10, e le secrete
cure11 che al viver tuo furon tempesta;
e prego anch'io nel tuo porto quiete12:

questo di tanta speme13 oggi mi resta!
Straniere genti, l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta14.

___________________
1Giorno.
2Allusione all'esilio.
3Metonimia (materia per oggetto). Indica la tomba.
4Anche in questo caso un vocativo ci fa comprendere a chi è rivolto il sonetto. I primi versi ricordano il citato carme 101 di Catullo: “Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias” (Condotto per molte genti e molti mari sono giunto a queste (tue) tristi spoglie, o fratello)
5Piangendo la tua giovinezza stroncata. Il paragone tra il fiore reciso e giovinezza stroncata era già stato usato da Virgilio nel momento della morte del giovane eroe troiano Eurialo (Virgilio, Eneide, IX, vv. 433-436).
6Mentre trascina la sua vecchiaia.
7Nelle ceneri mute ritroviamo la concezione materialista del Foscolo. L'espressione mutam cinerem compare nel carme 101 di Catullo.
8Non posso che tendere a voi inutilmente le mie mani.
9La mia patria (sinèddoche, in questo caso, si usa la parte, i tetti, per indicare il tutto, la mia patria).
10I destini contrari.
11Le angosce nascoste. Si noti il forte enjambement.
12Prego di poter trovare la pace (quiete) nella morte (nel tuo porto).
13Di tante speranze.
14Addolorata. In questi ultimi versi ricompare il tema della illacrimata sepoltura. Foscolo morirà a Londra e i suoi resti saranno portati nella Basilica di Santa Croce a Firenze soltanto nel 1871.

1 marzo 2018

E lieve lieve cade la neve - Ernesto Ragazzoni



... e lieve lieve
cade la neve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull’alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

(da Scherzi e frammenti in Ernesto Ragazzoni Poesie, Milano, 1956)

16 gennaio 2018

Dante, Inferno V - Paolo e Francesca

 Carmelo Bene



Vittorio Gassman





Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito

nomar le donne antiche e ’ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.72



I’ cominciai: "Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ’nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri".75



Ed elli a me: "Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno".78



Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: "O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!".81



Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;84



cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.87



"O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,90



se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.93



Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ’l vento, come fa, ci tace.96



Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ’l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.99



Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.102



Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.105



Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense".

Queste parole da lor ci fuor porte.108



Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".111



Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!".114



Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.117



Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?".120



E quella a me: "Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.123



Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.126



Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.129



Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.132



Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,135



la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante".138



Mentre che l'uno spirto questo disse,

l'altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com'io morisse.141



E caddi come corpo morto cade.