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28 settembre 2017

Società di massa e Belle époque - due filmati

Il progresso tecnologico del XIX secolo ci offre anche nuove fonti storiografiche.

Napoli 1898



Paris 1900
Uno slideshow di foto d'epoca in cui si possono notare, fra le altre cose, la contemporaneità di automobili e carrozze, gli spettacoli di strada, i venditori ambulanti, i lavoratori alle prese con mestieri più o meno scomparsi, le rivendicazioni di chi vorrebbe veder ridotto il proprio orario di lavoro, il cinema (la prima proiezione ufficiale risale al 1895), i cafè, gli svaghi, i bambini a piedi nudi nella Senna, un padre di famiglia che legge Le Quotidien, un pastore, le sue capre.

11 aprile 2016

Der Fuhrer's Face - con sottotitoli in italiano

Der Fuehrer's Face è un breve cartone animato del 1943 diretto da Jack Kinney e prodotto dalla Walt Disney. Rappresenta un esempio di propaganda americana e vinse l'Oscar come miglior cortometraggio d'animazione nel 1943.


Paperino - In Der Fuhrer's Face SUB ITA (1943) di DuckTalesITA

21 marzo 2016

Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime di tutte le mafie

mafia [mà-fia] n.f. [pl. -e]

organizzazione criminale originaria della Sicilia occidentale, sorta nel XIX secolo sotto il governo borbonico e diffusasi dopo l’unità a livello nazionale, fino ad assumere negli anni Trenta del Novecento rilievo internazionale; esercita un controllo parassitario su attività economiche e produttive come gli appalti edilizi, o su traffici illeciti come quello degli stupefacenti: i delitti, le vendette della mafia; la mafia agraria; la nuova mafia urbana | organizzazione criminale simile alla mafia: mafia cinese, russa.
(dal dizionario Garzanti)
Oggi si celebra la XVII Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie.

Quella che segue è la testimonianza di Giovanni Tizian - autore di Gotica. 'Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea - racconta la sua lotta contro la criminalità organizzata e spiega come le organizzazioni mafiose si sono insediate nelle regioni del nord.



In questo breve filmato un estratto da una lezione sulla mafia tenuta da Paolo Borsellino presso un istituto tecnico di Bassano del Grappa.

3 febbraio 2016

Proclama della marcia su Roma

Benito Mussolini con alcuni dei quadrunviri: da sinistra Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Italo Balbo

Siamo agli inizi dell'avventura fascista (anche se le squadre fasciste erano già ben note). Il discorso evidenzia quelli che furono gli aspetti su cui Mussolini fece leva: la memoria della "vittoria mutilata" e la promessa di sanare la grave situazione di crisi che caratterizzava l'Italia del primo dopoguerra.

La borghesia capitalista, la monarchia, gli ambienti militari ed ecclesiastici non intervennero: speravano che il fascismo bloccasse quelle trasformazioni sociali che, garantendo diritti alla popolazione, avrebbero ridotto i privilegi delle classi più agiate.

Il testo è ridotto ed adattato.

***
Proclama della marcia su Roma
Benito Mussolini
27 ottobre 1922


Fascisti di tutta Italia!
L'ora della battaglia decisiva è suonata. Quattro anni fa, l'esercito nazionale scatenò di questi giorni la suprema offensiva che lo condusse alla vittoria [sta alludendo al 1918 e, in particolare, a Vittorio Veneto ovvero richiama con un paragone un fatto "glorioso" della storia italiana recente]: oggi, l'esercito delle camicie nere riafferma la vittoria mutilata [...] La legge marziale del fascismo entra in pieno vigore. Dietro ordine del Duce [dal latino DVX che indica il capo militare - in questo caso si rifà al periodo di maggior splendore dell'Italia, quello in cui Roma estendeva il suo dominio su buona parte del mondo conosciuto] i poteri militari, politici e amministrativi della direzione del partito vengono riassunti da un quadrumvirato segreto d'azione, con mandato dittatoriale [sia quadrumvirato sia dittatura sono termini che rimandano all'esperienza dell'antica Roma. Quadrumvirato indica una magistratura formata da quattro persone, nella fattispecie si trattava di Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi].


L'esercito, riserva e salvaguardia suprema della nazione, non deve partecipare alla lotta [...] Né contro gli agenti della forza pubblica marcia il fascismo, ma contro una classe politica di imbelli e di deficienti che da quattro anni non ha saputo dare un governo alla nazione. Le classi che compongono la borghesia produttrice sappiano che il fascismo vuole imporre una disciplina sola alla nazione e aiutare tutte le forze che ne aumentino l'espansione economica ed il benessere. Le genti del lavoro, quelle dei campi e delle officine, quelle dei trasporti e dell'impiego, nulla hanno da temere dal potere fascista. Saremo generosi con gli avversari inermi; saremo inesorabili con gli altri [...]


un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci accoglie, una passione sola c'infiamma: contribuire alla salvezza ed alla grandezza della patria.


Fascisti di tutta Italia! Tendete romanamente [con atteggiamento analogo a quello che mosse gli antichi romani che seppero estendere il dominio di Roma su buona parte del mondo conosciuto] gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo! [vincere e vinceremo sarà anche lo slogan che accompagnerà la disastrosa avventura dell'Italia nella seconda guerra mondiale, al fianco dei nazisti di Hitler]

27 gennaio 2016

Leggi razziali: Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola



Il regime fascista, con l'avallo della monarchia sabauda, arrivò a prendere posizione, in modo molto netto, contro i cittadini di "razza" ebraica. Questo è il testo del regio decreto che riguarda la scuola.


***

REGIO DECRETO LEGGE n. 1390
5 Settembre 1938
(Pubblicato il 13 Settembre 1938 sul n.209 della Gazzetta Ufficiale)

PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA NELLA SCUOLA


Visto l'art. 3, n.2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l'educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Articolo 1.

All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all'assistentato universitario, nè al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.

Articolo 2.

Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.

Articolo 3.

A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio della libera docenza.

Articolo 4.

I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.

Articolo 5.

In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.

Articolo 6.

Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.

Articolo 7.

Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l'educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

ORDINIAMO

che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI
Vittorio Emanuele, Mussolini, Bottai, Di Revel
***

Le leggi razziste del 1938, chiamate Leggi razziali fasciste, non riguardarono solo la scuola.



14 novembre 2015

Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino


Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino - 26 agosto 1789

Deliberata dall’assemblea nazionale nelle sedute del 20, 21, 23, 24, 26 agosto 1789
Preambolo

I rappresentanti del Popolo Francese, costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l'ignoranza, l'oblio o il disprezzo dei diritti dell'uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e dalla corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo da poter essere in ogni istanza paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati da ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti. In conseguenza, l'Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell'Essere Supremo, i seguenti diritti dell'uomo e del cittadino:

Articolo 1
Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull'utilità comune.

Articolo 2
Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell'uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.

Articolo 3
Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un'autorità che non emani espressamente da essa.

Articolo 4
La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di quegli stessi diritti. Questi limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

Articolo 5
La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.

Articolo 6
La Legge è l'espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve quindi essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.

Articolo 7
Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che procurano, spediscono, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente; opponendo resistenza si rende colpevole.

Articolo 8
La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.

Articolo 9
Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.

Articolo 10
Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l'ordine pubblico stabilito dalla Legge.

Articolo 11
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

Articolo 12
La garanzia dei diritti dell'uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l'utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.

Articolo 13
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d'amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini, in ragione delle loro sostanze.

Articolo 14
Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l'impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata.

Articolo 15
La società ha il diritto di chieder conto a ogni agente pubblico della sua amministrazione.

Articolo 16
Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione.

Articolo 17
La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità.


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Click sulla miniatura per visualizzare l'immagine
(Tavola conservata al Museo Carnavalet di Parigi).

15 settembre 2015

Qualche appunto sulle fonti storiche


Tutto ciò che ci può fornire una testimonianza utile per conoscere il passato può diventare una fonte (o un documento).

I termini “fonte” e “documento” sono qui usati come sinonimi. All’origine di entrambi c’è quella che potremmo definire “traccia”, ovvero qualsiasi segno che ci sia stato lasciato dagli uomini vissuti nel passato. Il termine “tracce” indica generalmente la massa sterminata di “cose”, che è a disposizione di chi ha bisogno di informazioni sul passato

Quello che ci interessa è che la traccia non è utile di per sé: bisogna che lo storico la riconosca come fonte, cioè che riconosca la sua capacità di rispondere alle domande che egli si pone. Occorre quindi che la scelga, tra tutte le tracce disponibili, e che decida di interrogarla: solo così la traccia diviene “fonte” e diviene utile al progresso della conoscenza storica.

TRACCIA ==> SELEZIONE DELLO STORICO ==> FONTE

Dal punto di vista del loro aspetto le tracce del passato possono essere classificate in molti modi. Ad esempio possiamo distinguere i resti (fossili, ossa), tracce strumentali (utensili, abitazioni, armi, tombe, monete, modificazioni dell’ambiente e del paesaggio), monumenti, narrazioni (diari, cronache, biografie), documenti iconografici (graffiti, quadri, disegni, carte geografiche), testimonianze documentarie (leggi, costituzioni, atti pubblici o privati, registri, bilanci), testimonianze orali, materiali audiovisivi (filmati, registrazioni).

Le fonti storiche vengono tradizionalmente suddivise in:
  • primarie, ovvero le fonti che risalgono all’epoca indagata;
  • secondarie, quelle che appartengono a un’epoca successiva al fatto indagato ma sono a questo inerenti (ad esempio, opere storiche).



Un’altra distinzione importante è quella tra:
  • fonti intenzionali, cioè costruite con lo scopo di tramandare un certo ricordo (ad esempio i monumenti che alcuni imperatori hanno fatto costruire per celebrare e tramandare le loro gesta) – queste fonti devono essere utilizzate con attenzione perché sono l’espressione del punto di vista di chi le ha volute;
  • fonti non intenzionali, cioè quelle da cui si possono ricavare informazioni non volutamente elaborate per essere tramandate.

9 settembre 2015

Statuto Albertino (4 marzo 1848)

Carlo Alberto
Carlo Alberto di Savoia

Lo Statuto fondamentale del Regno di Sardegna, noto come Statuto Albertino dal nome del re che lo promulgò, Carlo Alberto di Savoia, fu lo statuto adottato dal Regno di Sardegna il 4 marzo 1848.
Si tratta di una costituzione ottriata, ovvero concessa "spontaneamente" dal monarca ("Con lealtà di Re, con affetto di Padre noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai nostri amatissimi sudditi"). Nel preambolo, che introduce il testo della legge, viene definito la "legge fondamentale perpetua ed irrevocabile della Monarchia".
Di seguito solo alcuni estratti che dovrebbero comunque consentire di comprendere lo spirito dello Statuto (Qualora non bastasse, ecco il link per la versione integrale: http://it.wikisource.org/wiki/Italia,_Regno_-_Statuto_albertino).
Art. 1.
La Religione Cattolica, Apostolica e Romana, è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi. [...]

Art. 3.
Il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e da due Camere: il Senato e quella dei deputati.

Art. 4.
La persona del Re è sacra ed inviolabile.

Art. 5.
Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato; comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra; fa i trattati di pace, d’alleanza, di commercio ed altri [...]

Art. 6.
Il Re nomina a tutte le cariche dello Stato, e fa i Decreti e i regolamenti necessari per la esecuzione delle Leggi [...]

Art. 8.
Il Re può far grazia e commutare le pene. [...]

Art. 22.
Il Re, salendo al Trono, presta, in presenza delle Camere riunite, il giuramento di osservare lealmente il presente Statuto. [...]

DEI DIRITTI E DEI DOVERI DEI CITTADINI

Art. 24.
Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge.
Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessibili alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi.

Art. 25.
Essi contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato.

Art. 26.
La libertà individuale è guarentita.
Niuno può essere arrestato o tradotto in giudizio, se non nei casi previsti dalla legge e nelle forme che essa prescrive.

Art. 27.
Il domicilio è inviolabile, niuna visita domiciliare può aver luogo se non in forza della legge e nelle forme che essa prescrive.

Art. 28.
La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi.
Tuttavia le bibbie, i catechismi, i libri liturgici e di preghiere non potranno essere stampati senza il preventivo permesso del vescovo.

Art. 29.
Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili.
Tuttavia, quando l’interesse pubblico legalmente accertato lo esiga, si può essere tenuti a cederle in tutto od in parte mediante una giusta indennità conformemente alle leggi. [...]

DEL SENATO

Art. 33.
Il Senato è composto di membri nominati a vita dal Re, in numero non limitato, aventi l’età di quarant’anni compiuti, e scelti nelle categorie seguenti:
1° Gli arcivescovi e vescovi dello Stato;
2° Il presidente della Camera dei deputati;
3° I deputati dopo tre legislature e sei anni d’esercizio;
4° I ministri di Stato;
5° I ministri segretari di Stato; [...]
20° Coloro che con servizio e meriti eminenti, avranno illustrata la patria;
21° Le persone che da tre anni pagano tre mila lire d’imposizione diretta, in ragione dei loro beni o della loro industria.

Art. 34.
I Principi della famiglia Reale fanno di pien diritto parte del Senato. Essi seggono immediatamente dopo il presidente.
Entrano in Senato a ventun anno, ed hanno voto a venticinque.

DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

Art. 39.
La Camera elettiva è composta di Deputati scelti dai Collegi elettorali conformemente alla Legge.

Art. 40.
Nessun deputato può essere ammesso alla Camera se non è suddito del Re, non ha compiuto l’età di trent’anni, non gode i diritti civili e politici e non riunisce in sè gli altri requisiti voluti dalla legge.

Art. 41.
I Deputati rappresentano la nazione in generale e non le sole provincie in cui furono eletti. [...]

Art. 45.
Nessun Deputato può essere arrestato, fuori del caso di flagrante delitto, nel tempo della sessione, nè tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera. [...]

DEI MINISTRI

Art. 65.
Il Re nomina e revoca i suoi Ministri.

Art. 67.
[...] Le Leggi e gli atti del Governo non hanno vigore se non sono muniti della firma di un Ministro.

DELL’ORDINE GIUDIZIARIO

Art. 68.
La giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome dai Giudici che egli istituisce.

[...]

DISPOSIZIONI GENERALI

Art. 81.
Ogni legge contraria al presente Statuto è abrogata.

[...]

Dato a Torino addì quattro del mese di marzo l’anno del Signore mille ottocento quarantotto e del regno nostro il decimo ottavo.

CARLO ALBERTO

21 aprile 2015

Liberazione Bologna - 21 aprile 1945

Oggi è l'anniversario della liberazione di Bologna. Erano le 6 del mattino del 21 aprile 1945 quando i soldati polacchi giunsero a Porta Mazzini.




19 aprile 2015

Il secondo dopoguerra in Italia

Alcuni brevi filmati utili per riepilogare gli aspetti più rilevanti.

  • La nascita della repubblica (3:58) - utile per fare il punto e ripassare, vengono riepilogati i momenti più importanti della storia d'Italia dalla fine della guerra ai governi De Gasperi e al piano Marshall.

nascita repubblica italiana


Il capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, firma la costituzione


Tutti i video sono disponibili su YouTube.

23 marzo 2015

WWII - Video

CLIL: un riassunto dei principali eventi della seconda guerra mondiale in inglese.



CLIL: la même chose, ma in francese.


Numero di morti per Stato



Link a slide  utili per introdurre la seconda guerra mondiale:

  1. WWII parte 1 - http://goo.gl/eqaO8

  2. WWII parte 2 - http://goo.gl/i3lX9

9 marzo 2015

Illuminismo

Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)
L'Illuminismo fu un movimento culturale e intellettuale che si diffuse in Europa tra l'inizio e la metà del XVIII secolo. È caratterizzato dall'importanza attribuita alla ragione e alla scienza come strumenti per comprendere e migliorare il mondo.

Gli illuministi sostenevano l'idea che la ragione fosse la fonte primaria di conoscenza e che questa dovesse essere applicata in ogni ambito della vita. La scienza, d'altra parte, era vista come un mezzo per scoprire le leggi naturali che governano l'universo.

L'Illuminismo fu anche un movimento politico che si opponeva alle monarchie assolute e al potere della Chiesa. Gli illuministi sostenevano la separazione dei poteri, la libertà individuale e la democrazia.

Tra i principali esponenti dell'Illuminismo si annoverano filosofi come Voltaire, Montesquieu, Rousseau e Kant.

L'Illuminismo rappresentò quindi un momento di grande fermento culturale e intellettuale, che portò alla nascita di idee fondamentali per lo sviluppo del pensiero moderno e delle democrazie liberali.

Voltaire, Montesquieu e Rousseau sono tre dei maggiori esponenti dell'Illuminismo e delle loro idee sono state fondamentali per lo sviluppo della modernità.

Voltaire è noto per la sua critica alle autorità religiose e politiche del suo tempo. Ha difeso la tolleranza religiosa e la libertà di pensiero, sostenendo che la ragione deve essere la guida della vita.

Montesquieu è stato uno dei primi pensatori a sostenere la separazione dei poteri, ritenendo che ciò avrebbe garantito la libertà dei cittadini. La sua opera "Lo Spirito delle Leggi" è ancora considerata uno dei testi fondamentali del pensiero politico moderno.

Rousseau ha proposto una forma di governo basata sulla volontà generale, ovvero sulla partecipazione di tutti i cittadini alla decisione politica (democrazia diretta). La sua riflessione è stata fondamentale per lo sviluppo del pensiero democratico moderno.

Questi tre pensatori hanno contribuito in modo significativo alla nascita delle idee di libertà, uguaglianza e democrazia che sono alla base delle società moderne.

La divisione dei poteri è un principio fondamentale del sistema politico democratico, che prevede la suddivisione del potere statale in tre distinte funzioni: legislativa, esecutiva e giudiziaria. Questo principio fu teorizzato per la prima volta da Montesquieu nel XVIII secolo.

La funzione legislativa è quella di creare le leggi, la funzione esecutiva è quella di farle applicare e la funzione giudiziaria è quella di garantire l'interpretazione e l'applicazione delle leggi in modo equo e imparziale.

La divisione dei poteri ha lo scopo di impedire la concentrazione di troppo potere nelle mani di una sola persona o di un solo organo statale, evitando così il rischio di abusi o di dittatura. In questo modo, le tre funzioni dello Stato operano come controllo reciproco, impedendo che una di esse possa diventare dominante rispetto alle altre.

Questo principio è stato adottato in molti paesi nel mondo e rappresenta una garanzia fondamentale per la tutela delle libertà individuali e dei diritti civili. La divisione dei poteri è stata anche alla base della creazione della Costituzione degli Stati Uniti, che rappresenta uno dei pilastri della moderna democrazia rappresentativa.

L'Illuminismo italiano si sviluppò soprattutto nel XVIII secolo, influenzato dalle idee dei principali filosofi dell'Illuminismo francese. Tra gli esponenti più importanti vi furono Cesare Beccaria, Giuseppe Parini, Pietro Verri. Essi si distinsero per la loro critica alla società aristocratica dell'epoca, la difesa dei diritti dell'uomo e la promozione dell'istruzione e della cultura come strumenti di progresso sociale.

Cesare Beccaria è considerato uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo italiano e la sua opera più nota è Dei delitti e delle pene, pubblicata nel 1764. In questo libro, Beccaria critica il sistema giudiziario dell'epoca, caratterizzato da torture e condanne ingiuste, e propone una riforma basata sulla razionalità e sulla proporzionalità della pena. La sua opera ebbe un impatto significativo sulla giurisprudenza e sulla politica penale europea, contribuendo alla diffusione di principi di giustizia e di umanità nei confronti dei condannati. Beccaria fu anche un sostenitore della tolleranza religiosa e della libertà individuale, e le sue idee furono fondamentali per lo sviluppo del pensiero democratico e liberal-democratico.

L'Encyclopédie è sicuramente uno dei maggiori simboli dell'Illuminismo francese e della sua importanza a livello internazionale.

L'Encyclopédie fu un progetto editoriale avviato nel 1751 da Denis Diderot e Jean Baptiste le Rond d'Alembert, con l'obiettivo di creare un'enciclopedia universale che raccogliesse tutto il sapere del tempo. Il progetto durò 21 anni e coinvolse oltre 140 collaboratori, tra cui molti tra i più importanti pensatori dell'epoca.

L'Encyclopédie rappresentò un'importante opera di diffusione delle idee illuministe, sostenendo la libertà di pensiero, la tolleranza religiosa e la conoscenza scientifica come strumenti di progresso sociale. L'opera fu criticata dalle autorità religiose e politiche del tempo, ma ebbe un grande successo in Europa e contribuì alla diffusione dei principi dell'Illuminismo a livello internazionale.


Un documento e un esercizio per la LIM.

3 gennaio 2015

La nostra giustizia fa quello che può

Alcune testimonianze sulla Grande Guerra dal recente lavoro del giornalista Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni .

Una prima testimonianza, sull'applicazione meccanica e ottusa dei regolamenti. 
Dal diario di guerra di Silvio D'Amico:
«in un reggimento di fanteria avviene un'insurrezione.
Si tirano Colpi di fucile, si grida ”non vogliamo andare in
trincea". Il colonnello ordina un'inchiesta, ma i colpevoli
non sono scoperti. Allora comanda che siano estratti a sorte
dieci uomini; e siano fucilati. Ma i fatti erano avvenuti Il 28 del mese, e il giudizio fu pronunciato il 30. Il 29 del mese erano arrivati i "complementi", uomini inviati a colmare i vuoti aperti dalle battaglie. Si domanda al colonnello:
"Dobbiamo imbussolare anche i nomi dei complementi?
Essi non possono aver preso parte al tumulto del 28: sono
arrivati il 29".
Il colonnello risponde:
"Imbussolate tutti i nomi".
Su dieci uomini da fucilare, due degli estratti sono arrivati
il 29, e non possono essere colpevoli di nulla. All'ora
della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l'altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce:
"Signor colonnello! signor colonnello!".
Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere.
"Che c'è, figliuolo?"
L'uomo bendato grida:
"Signor colonnello! Io sono della classe del '75. Io sono
padre di famiglia. Io il giorno 28 non c'ero. In nome di Dio!".
Risponde paterno il colonnello:
"Figliuolo, io non posso cercare tutti quelli che c'erano e
che non c'erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto. Confida in Dio”».

Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, pp. 3-4
Dalle relazioni che hanno cercato di comprendere il numero di tali fucilazioni risulta che furono comminate 4.028 condanne a morte e che furono uccisi in questo modo circa mille soldati.

Un esempio di quanto dovesse apparire idiota e crudele la cadorniana fiducia nell'assalto.
Dal diario di guerra del tenente Carlo Salsa: «Passato l'Isonzo, i reggimenti furono scagliati contro questa barriera del Carso. Falangi di giovani entusiasti, ignari, generosi, contro questa muraglia di pietre e fango. Il terreno conquistato era coperto di morti; quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati: non si poteva andare più oltre, senza artiglieria sufficiente, senza bombarde, senza nulla. Ma i comandi sembravano impazziti. ”Avanti!”. Non si può! “Che importa? Avanti lo stesso.” Ma ci sono i reticolati intatti! ”Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti!” Era un'ubriacatura.
Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l'avevano mai veduto. I nostri soldati si fecero ammazzare così a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni».

Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, p. 25

La battaglia dell'Ortigara, denominata in codice Azione K, fu una violentissima battaglia d'alta montagna combattuta dal 10 al 25 giugno 1917 per il possesso del monte Ortigara, sull'altopiano di Asiago.
Nel massacro dell'Ortigara, con Santino Calvi e altri mi­gliaia di alpini, cade il tenente Adolfo Ferrerò, del batta­glione Val Dora. Quarantun anni dopo, nel 1958, furono ritrovate le spoglie del suo attendente. Aveva addosso l'ul­tima lettera di Adolfo, indirizzata al padre, alla madre, al fratello Beppe e alla sorella Nina. Passò altro tempo prima che Nina Ferrerò venisse rintracciata, quasi per caso. Da Asiago telefonarono a una famiglia Ferrerò di Torino: non avevano parenti morti nella Grande Guerra, ma anche la loro donna delle pulizie si chiamava Ferrerò, Nina Ferrerò. Era lei la destinataria del messaggio. Morta nel 1993, è se­polta nel cimitero di Asiago, accanto al fratello.

L'ultima lettera di Adolfo è citata nel libro di Alessan­dro Gualtieri La Grande Guerra delle donne. Non è un testo meditato. Sono frasi scritte di getto, all'alba del 19 giugno 1917, da un uomo che si sente condannato a morte e si di­spera al pensiero di non rivedere le persone care, alternan­do il desiderio che il proprio sacrificio sia riconosciuto, e la paura che sia dimenticato.

«Cari genitori, scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire. Non ne posso fare a meno. Il pericolo è grave, imminente. Avrei rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che odio la retorica... No, no, non è re­torica quella che sto facendo. Sento in me la vita che recla­ma la sua parte di sole; sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma orrenda.

Fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s'oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa e rombi e boati risuoneranno tra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lonta­nanza. Il cielo si è fatto nuvoloso; piove. Vorrei dirvi tante cose... tante... ma Voi ve le immaginate. Vi amo tutti, tut­ti... darei un tesoro per potervi rivedere... ma non posso. Il mio cieco destino non vuole. Penso in queste ultime ore di calma apparente, a te, Papà, a te, Mamma, che occupa­te il primo posto nel mio cuore; a te, Beppe, fanciullo inno­cente; a te, Nina.

Che debbo dire? Mi manca la parola: un cozzar di idee, una ridda di lieti e di tristi fantasmi, un presentimento atro­ce mi tolgono l'espressione. No, no, non è paura. Io non ho paura! Mi sento commosso, pensando a Voi, a quanto la­scio, ma so di mostrarmi forte dinanzi ai miei soldati, cal­mo e sorridente. Del resto anch'essi hanno un morale eleva­tissimo. Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un'anima buona, non piangete. Siate forti come avrò sa­puto esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai mor­to. Il mio nome resti scolpito nell'animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapi­tata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza del­la mia fine gloriosa. E se per ventura mi sarò guadagnato una medaglia, resti quella a Giuseppe.

O genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando sa­ranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me, morto a vent'anni per la Patria. Parlate loro di me; sforzatevi di ri­svegliare in loro il ricordo di me... Che è doloroso il pen­siero di venire dimenticato da essi. Fra dieci, vent'anni, forse non sapranno più di avermi avuto fratello... A voi mi rivol­go. Perdono, perdono vi chiedo, se vi ho fatto soffrire, se v'ho dato dispiaceri. Credetelo, non fu per malizia. La mia inesperta giovinezza vi ha fatto sopportare degli affanni: vi prego di volermi perdonare. Spoglio di questa vita terrena, andrò a godere di quel bene che credo di essermi meritato.

A voi, Babbo e Mamma, un bacio, un bacio solo che dica tutto il mio affetto. A Beppe, a Nina un altro e un monito: ricordatevi di vostro fratello. Sacra è la religione dei morti. Siate buoni. Il mio spirito sarà con voi sempre. A Voi lascio ogni mia sostanza. È poca cosa. Voglio però che sia da Voi gelosamente conservata. A Mamma, a Papà lascio il mio af­fetto immenso. È il ricordo più stimabile che posso loro la­sciare. Alla zia Eugenia, il crocefisso d'argento; al mio zio Giulio, la mia madonnina d'oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le armi e le robe mie. Il portafo­glio (lire 100) lo lascio all'attendente.

Un bacio ardente d'affetto dal vostro affezionatissimo

Adolfo.»

Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, pp. 159-161

24 dicembre 2014

La tregua di Natale del 1914: un secolo dopo, un libro per ricordare da Europa Quotidiano





«Prova soltanto a pensare che mentre tu stavi mangiando il tacchino, io stavo parlando e stringendo le mani agli stessi uomini che solo qualche ora prima stavo tentando di uccidere». Così uno dei soldati che si trovava nelle trincee delle Fiandre, a sud di Ypres, scrive con meraviglia e incredulità ai familiari nell’inverno di cent’anni fa. In mezzo all’orrore della prima guerra mondiale, il 24 dicembre 1914 accadde qualcosa di imprevisto, imprevedibile e non derivante da fattori antecedenti.
Soldati tedeschi, francesi e inglesi uscirono dalle trincee e si incontrarono nella terre di nessuno per scambiarsi auguri e regali (vestiti, cibo, tabacco). La mattina di Natale vennero seppelliti i morti, celebrati i funerali. Poi i soldati cantarono e fumarono insieme. Quell’avvenimento stupefacente – ma non apprezzato dagli ufficiali superiori – è raccontato in prima persona nel volume La tregua di Natale (Lindau, Torino 2014, pp. 186, 14 euro), che raccoglie le lettere dal fronte di alcuni soldati.
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23 dicembre 2014

La Grande guerra in un museo - Rovereto

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=NidprDZ5sYM]

Un video pubblicato proprio oggi, 23 dicembre 2014, sul canale Youtube di Treccani.

Camillo Zadra, attuale direttore del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, presenta il museo e parla della Grande Guerra.

7 novembre 2014

Il feroce monarchico Bava

Un canto popolare che ricorda i fatti avvenuti a Milano nel maggio del 1898 e noti come Protesta dello stomaco. Si trattò di una sollevazione popolare, causata dall'aumento del costo del pane, durata dal 6 al 9 maggio 1898 e stroncata a cannonate dal Generale Bava Beccaris. Proprio per questo Bava Beccaris si guadagnò l'appellativo di Macellaio di Milano e proprio per questo viene ricordato nel canzoniere popolare italiano con la canzone Il feroce monarchico Bava.


Il feroce monarchico Bava

Alle grida strazianti e dolenti
Di una folla che pan domandava,
Il feroce monarchico Bava
Gli affamati col piombo sfamò.

Furon mille i caduti innocenti
Sotto il fuoco degli armati caini
E al furor dei soldati assassini:
"Morte ai vili!", la plebe gridò.

Deh, non rider, sabauda marmaglia:
Se il fucile ha domato i ribelli,
Se i fratelli hanno ucciso i fratelli,
Sul tuo capo quel sangue cadrà.

La panciuta caterva dei ladri,
Dopo avervi ogni bene usurpato,
La lor sete ha di sangue saziato
In quel giorno nefasto e feral.

Su, piangete mestissime madri,
Quando scura discende la sera,
Per i figli gettati in galera,
Per gli uccisi dal piombo fatal.

30 ottobre 2014

Mostra della Scuola - 150

Un portale dedicato a studenti, docenti, famiglie e ricercatori, per raccontare la storia della scuola italiana e dell'amministrazione scolastica attraverso immagini, libri e documenti. Lo hanno realizzato il MIUR e l'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, l'Archivio Centrale dello Stato ed il Museo della Scuola di Castelnuovo d'Assisi. Sono stati raccolti libri e quaderni, registri scolastici, diari dei maestri, pagelle, fotografie dal 1861 agli anni '60 e '70.
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6 febbraio 2014

Dal Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi leshommes - Jean-Jacques Rousseau




Questo è il celebre passaggio in cui Rousseau parla dell'uomo e del dispotismo. Raggiunto il dispotismo si chiude il cerchio, dice Rousseau, e si ritorna a qualcosa di simile allo stato di natura, ma peggiore: è il momento in cui la plus aveugle obéissance est la seule vertu qui reste aux esclaves (la più cieca obbedienza è l'unica virtù che resta agli schiavi).
C’est ici le dernier terme de l’inégalité, et le point extrême qui ferme le cercle et touche au point d’où nous sommes partis. C’est ici que tous les particuliers redeviennent égaux parce qu’ils ne sont rien, et que les sujets n’ayant plus d’autre loi que la volonté du maître, ni le maître d’autre règle que ses passions, les notions du bien et les principes de la justice s’évanouissent derechef.

C’est ici que tout se ramène à la seule loi du plus fort et par conséquent à un nouvel état de nature différent de celui par lequel nous avons commencé, en ce que l’un était l’état de nature dans sa pureté, et que ce dernier est le fruit d’un excès de corruption. Il y a si peu de différence d’ailleurs entre ces deux états et le contrat de gouvernement est tellement dissous par le despotisme que le despote n’est le maître qu’aussi longtemps qu’il est le plus fort et que, sitôt qu’on peut l’expulser, il n’a point à réclamer contre la violence. L’émeute qui finit par étrangler ou détrôner un sultan est un acte aussi juridique que ceux par lesquels il disposait la veille des vies et des biens de ses sujets. La seule force le maintenait, la seule force le renverse.

Che potremmo tradurre, semplificando:

È qui il termine finale dell’ineguaglianza, il punto estremo che chiude il cerchio e ci riporta laddove siamo partiti. Qui è dove tutti i particolari ritornano eguali, perché non sono niente, e non avendo i sudditi altra legge al di fuori della volontà del padrone, ed il padrone nessun'altra regola che le sue passioni, la nozione del bene e i principi di giustizia svaniscono nuovamente.
Qui tutto si riconduce alla sola legge del più forte e di conseguenza ad un nuovo stato di natura differente da quello da cui abbiamo cominciato, poiché il primo era lo stato di natura nella sua purezza mentre quest’ultimo è il frutto di un eccesso di corruzione.
C'è ben poca differenza tra questi due stati e il contratto di governo è talmente dissolto dal dispotismo che il despota continua ad essere il padrone solo finché è il più forte e appena lo si può eliminare, egli non può certo reclamare contro la violenza. La rivolta che finisce con lo strangolare e il detronizzare un sultano è un atto tanto giuridico quanto quelli con cui il despota, prima, poteva disporre della vita e dei beni dei suoi sudditi. Solo la forza lo sorreggeva, solo la forza lo abbatte.

qui il testo: http://goo.gl/Hoj5m

29 gennaio 2014

Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo?

RISPOSTA ALLA DOMANDA: CHE COS'È L'ILLUMINISMO? (in tedesco Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?) è il titolo di uno scritto di Immanuel Kant nel quale il filosofo espone le sue considerazioni sul movimento Illuminista. Il testo è del 1784, epoca in cui l'Illuminismo si era già ampiamente sviluppato.

Immanuel Kant
Immanuel Kant (1724 - 1804)



Quello che segue è un estratto. I grassetti sono miei.
L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l'incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di usare la tua intelligenza! Questo dunque è il motto dell'illuminismo.

Pigrizia e viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall'altrui guida (naturaliter maiorennes), rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che valuta la dieta per me, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi. Non ho bisogno di pensare, se sono in grado di pagare: altri si assumeranno questa fastidiosa occupazione al mio posto.

A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e fra questi tutto il gentil sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, si preoccupano già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l'alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste placide creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo descrivono ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole. Ora, tale pericolo non è poi così grande, poiché, a prezzo di qualche caduta, essi alla fine imparerebbero a camminare: ma un esempio di questo tipo provoca comunque spavento e, di solito, distoglie da ogni ulteriore tentativo.

È dunque difficile per il singolo uomo tirarsi fuori dalla minorità, che per lui è diventata come una seconda natura. È giunto perfino ad amarla, e di fatto è realmente incapace di servirsi della propria intelligenza, non essendogli mai stato consentito di metterla alla prova. Precetti e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale, o piuttosto di un abuso, delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una permanente minorità.

Se pure qualcuno riuscisse a liberarsi, non farebbe che un salto malsicuro anche sopra il fossato più stretto, non essendo allenato a camminare in libertà. Quindi solo pochi sono riusciti, lavorando sul proprio spirito a districarsi dalla minorità camminando, al contempo, con passo sicuro.

26 gennaio 2014

27 gennaio

Alcuni brani tratti da I sommersi e i salvati di Primo Levi
Dal Capitolo V,
Violenza inutile
V. Violenza inutile

Il titolo di questo capitolo può apparire provocatorio o addirittura offensivo: esiste una violenza utile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile [...]. Messi da parte i casi di follia omicida, chi uccide sa perché lo fa: per denaro, per sopprimere un nemico vero o presunto, per vendicare un’offesa. Le guerre sono detestabili, sono un pessimo modo di risolvere le controversie tra nazioni o tra fazioni, ma non si possono definire inutili: mirano ad uno scopo, magari iniquo o perverso. Non sono gratuite, non si propongono di infliggere sofferenze; le sofferenze ci sono, sono collettive, strazianti, ingiuste, ma sono un sottoprodotto, un di più. Ora, io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati da una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo.