8 marzo 2026
La guerra che verrà, Bertolt Brecht
Der Krieg, der kommen wird
Ist nicht der erste. Vor ihm
Waren andere Kriege.
Als der letzte vorüber war
Gab es Sieger und Besiegte.
Bei den Besiegten das niedere Volk
Hungerte. Bei den Siegern
Hungerte das niedere Volk auch.
Traduzione
La guerra che verrà non è la prima. Prima di lei ci sono state altre guerre.
Quando l'ultima terminò c'erano vincitori e vinti.
Presso i vinti il popolo oppresso soffriva la fame.
Presso i vincitori, allo stesso modo, soffriva la fame il popolo oppresso.
21 agosto 2024
Medici
Il dottore diceva che c’erano certi sintomi, per cui si poteva dedurne che c’era una certa affezione interna, che se però non veniva confermata da certi esami, poteva invece trattarsi di una certa altra infermità, che in ogni caso era solo una supposizione, perché per arrivare a una certa diagnosi mancavano certi elementi del quadro, eccetera eccetera. Solo una cosa interessava Ivàn Il’ìč: il suo stato era pericoloso o no? Ma il dottore ignorava quella inopportuna richiesta. Dal suo punto di vista, la domanda era oziosa e non meritava di esser presa in considerazione: si trattava solo di soppesare una serie di ipotesi, rene mobile, catarro cronico, malattia dell’intestino cieco. La vita di Ivàn Il’ìč non era in questione, era in questione la disputa fra rene mobile e intestino cieco. E, sotto gli occhi di Ivàn Il’ìč, il dottore risolse brillantemente questa disputa a favore dell’intestino cieco, con la riserva però che l’esame dell’urina poteva fornire nuovi dati e che allora tutto il quadro della malattia andava rivisto.
[...]
Dalle parole del dottore Ivàn Il’ìč arrivò alla conclusione che stava male, che forse al dottore non gliene importava niente, a nessuno forse importava niente di lui, ma stava male. E questa conclusione colpì dolorosamente Ivàn Il’ìč, suscitandogli un senso di grande pena per se stesso e di grande rabbia contro quel dottore tanto indifferente verso una questione così vitale. Ma non disse niente. Si alzò, mise i soldi sul tavolo e, sospirando, fece: «Noi malati probabilmente le rivolgiamo spesso delle domande fuori posto. Ma insomma, questa malattia è pericolosa o no?»
Il dottore gli gettò uno sguardo severo attraverso gli occhiali, con un occhio solo, come per dire: imputato, cerchi di rimanere nei limiti delle domande che le vengono poste, altrimenti mi vedrò costretto ad allontanarla dall’aula.
«Già le ho detto quello che mi pareva necessario e utile», disse il dottore. «Il resto ce lo diranno le analisi.» E s’inchinò.
Ivàn Il’ìč uscì lentamente, salì sulla slitta tutto tetro e tornò a casa. Per tutta la strada ripassava mentalmente, senza tregua, quello che aveva detto il dottore, cercando di tradurre in un linguaggio semplice tutte quelle parole scientifiche ingarbugliate, confuse, e di trovare in esse la risposta alla domanda che lo tormentava: stava male, molto male, o c’era ancora speranza? Gli sembrava che il senso del discorso del dottore indicasse una risposta negativa: stava molto male. Tutto per strada sembrò triste e cupo a Ivàn Il’ìč. I cocchieri erano tristi, le case erano tristi, i passanti, le botteghe erano tristi. Quel suo dolore, quel dolore sordo, ottuso, che non lo abbandonava mai, neanche per un attimo, alla luce degli oscuri discorsi del dottore aveva acquistato, gli pareva, un nuovo senso, più grave. Ivàn Il’ìč ormai gli prestava ascolto con un nuovo sentimento, un sentimento di grave pena.
Arrivò a casa e si mise a raccontare tutto alla moglie. La moglie lo ascoltò, ma a metà del racconto entrò la figlia con in testa un cappellino: si preparava a uscire con la madre. Con uno sforzo si sedette ad ascoltare quella storia noiosa, ma non resistette a lungo, e neppure la madre l’ascoltò fino in fondo.
«Be’, sono proprio contenta», disse la moglie. «Ora devi stare attento a prendere la medicina. Dammi la ricetta, manderò Gerasim a prenderla in farmacia.» E andò a vestirsi.
Finché la moglie era stata presente, Ivàn Il’ìč aveva trattenuto il respiro; quando se ne fu andata, sospirò pesantemente.
«Ma sì», disse, «forse non è poi così grave...»
Cominciò a prendere la medicina, a seguire le prescrizioni del medico, che peraltro cambiarono dopo l’esame dell’urina.
Da Lev Tolstoj, LA MORTE DI IVAN IL’IČ
30 novembre 2023
L’inferno dei viventi, Calvino
Italo Calvino, Le città invisibili. 1972
"A questo imperatore melanconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, un viaggiatore visionario racconta di città impossibili, per esempio una città microscopica che s’allarga s’allarga e risulta costruita di tante città concentriche in espansione, una città-ragnatela sospesa su un abisso, o una città bidimensionale come Moriana.
Ogni capitolo del libro è preceduto e seguito da un «corsivo» in cui Marco Polo e Kublai Kan riflettono e commentano." (dalla prefazione di Italo Calvino).
Questo è l'ultimo "corsivo", l'ultimo dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan:
"L’atlante del Gran Kan contiene anche le carte delle terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate: la Nuova Atlantide, Utopia, la Città del Sole, Oceana, Tamoé, Armonia, New-Lanark, Icaria.
Chiese a Marco Kublai: – Tu che esplori intorno e vedi i segni, saprai dirmi verso quale di questi futuri ci spingono i venti propizi.
– Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell’approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto.
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.
Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."
26 novembre 2023
La testa del chiodo
La testa del chiodo è una filastrocca di Gianni Rodari, pubblicata nel libro “Filastrocche in cielo e in terra” nel 1960. Questa poesia è un esempio di come Rodari sappia sfruttare il gioco di parole e l’umorismo per stimolare la riflessione nei giovani lettori.
La poesia è composta da tre strofe di quattro settenari (piani, tronchi e sdruccioli).
Il significato della poesia risiede nelle sue apparenti contraddizioni, che sfidano le aspettative del lettore. Ad esempio, la palma della mano che non fa datteri o il treno che ha una coda ma non scodinzola. Questi giochi di parole invitano i lettori a riflettere sulle diverse accezioni delle parole.
L’ultima strofa offre una riflessione finale: anche se un chiodo ha una testa, non può ragionare, un’osservazione che, secondo Rodari, può applicarsi anche ad alcune persone. Questo finale offre un tocco di saggezza e invita i lettori a riflettere sulla differenza tra avere una “testa” fisica e usarla per pensare e ragionare.
La testa del chiodo, di Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra, edito nel 1960 da Einaudi.
La palma della mano
i datteri non fa,
sulla pianta del piede
chi si arrampicherà?
Non porta scarpe il tavolo,
su quattro piedi sta:
il treno non scodinzola
ma la coda ce l'ha.
Anche il chiodo ha una testa,
però non ci ragiona:
la stessa cosa càpita
a più d'una persona.
27 febbraio 2023
Giovanni Verga - Alcune novelle
Giovanni Verga (1840-1922) è stato un importante scrittore italiano del XIX secolo, noto per le sue descrizioni realistiche della vita in Sicilia e per le sue innovative tecniche narrative. Le sue opere sono considerate tra i più alti esempi del verismo.
Tra le sue opere più famose ci sono I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, Vita dei Campi e Novelle rusticane. Questi romanzi e raccolte di novelle sono considerati tra i migliori esempi del verismo italiano, un movimento letterario che si caratterizzava per l'attenzione alla realtà sociale e per la rappresentazione oggettiva della vita.
Il verismo esige anche una scrittura che sappia rappresentare la realtà senza il filtro del narratore. Per questo le tecniche narrative utilizzate da Verga nei suoi scritti includono lo straniamento, il discorso indiretto libero e la regressione. Lo straniamento consiste nel descrivere gli oggetti o le situazioni in modo insolito o inaspettato (ciò che è strano appare normale e viceversa), mentre il discorso indiretto libero permette al narratore di esprimere il punto di vista dei personaggi senza utilizzare il discorso diretto. La regressione prevede che il narratore regredisca al livello culturale della comunità in cui è ambientata la storia. La lingua di Verga è l'italiano anche se molte scelte lessicali e sintattiche sono influenzate dalla lingua dei suoi personaggi.
Potete trovare alcuni testi relativi a Verismo e Verga nella sezione Letteratura italiana del mio sito web
I testi sono i seguenti:
Rosso Malpelo - Il testo è corredato di esercizi, note ed è stato ridotto ed adattato.La roba - Il testo è corredato di introduzione, note ed esercizi.
Cavalleria rusticana - Il testo è corredato di introduzione, note ed esercizi.
Il canarino del n. 15 - Il testo è corredato di introduzione e note e invita ad esercitarsi nell'uso del vocabolario.
Segnalo anche un cloze sul Verismo.
12 febbraio 2023
Il numero ha indebolito la funzione, ha tolto aura al ruolo
Lessi questo pezzo e vidi che era buono.
Anche Dio è uno scrittore di Domenico Starnone da Lucy sulla cultura
Qualche riga, così che si capisca di che si tratta:
Quando, del tutto casualmente, sono tornato a cimentarmi con la scrittura (1985), l’ho fatto assegnandomi in tutta consapevolezza un raggio cortissimo: un io che narra storielle di piccola borghesia cólta dentro ambienti meschini, periodi brevi, niente descrizioni, niente impennate pretenziose, andamento ironico che investiva la stessa voglia di scrivere, una vigilanza estrema sui sentimenti, sulle emozioni, sulla stessa aspirazione a fare chissà che grande opera. Non solo non tendevo più a essere sacerdote, ma nemmeno chierichetto.
17 dicembre 2022
Perfer et obdura
11 giugno 2022
The Laughing Heart - Charles Bukowski - A Short Film
30 marzo 2022
Ogni volta che mi baci muore un nazista
Ogni volta che mi baci muore un nazista è tratto dalla raccolta di Guido Catalano intitolata Ogni volta che mi baci muore un nazista. 144 poesie bellissime pubblicata nel 2017. Nella prefazione l'autore spiega che "ci sono poesie che, se le usi con dovizia, tipo dedicandole alla donna dei tuoi sogni, poi lei si innamora di te" e anche che "In realtà le poesie contenute in questo libro non sono 144, ma di più. È che ci piaceva il numero". Spesso, come in questo caso, le sue poesie sono costruite come un dialogo.
Ogni volta che mi baci muore un nazista
«Ogni volta che mi baci muore un nazista.»
«Avremmo dovuto conoscerci durante la Seconda guerra mondiale, non trovi?»
«Ogni volta che mi dici che ti manco, un camionista sorride.»
«Cosa c’entra?»
«Non lo so, mi piaceva l’immagine di un camionista
stanco che percorre la sua lunga interminabile
strada dall’est all’ovest sul suo gigantesco
autoarticolato e a un certo punto sorride,
senza sapere neanche lui il perché.»
«Sei strano tu.»
«Ogni volta che facciamo l’amore, ringiovanisco di tre anni.»
«Allora dobbiamo stare attenti, che non vorrei una mattina o l’altra, svegliarmi accanto a un bimbo.»
«Ogni volta che vedo la luna che galleggia piena e gialla
sulla mia città penso che anche tu, dalla tua città,
se alzi il naso, vedi la mia stessa luna piena e gialla
e tutto ciò mi sembra meraviglioso
e romantico e bellissimo.»
«Poi capisci che stai rincoglionendo?»
«Sì.»
«Eh.»
«Ogni volta che penso alla possibilità di perderti, il mio cuore si ferma per cinque secondi.»
«Ho un amico cardiologo, ti do il numero.»
«Ogni volta che mi dici che m’ami divento cintura nera di felicità settimo dan.»
«Io non t’ho mai detto che t’amo.»
«C’è sempre una prima volta.»
«Sembri molto sicuro di te.»
«Non credi che io abbia un sacco di buoni motivi per esserlo?»
«Vuoi la verità?»
«Non so se sono pronto per la verità, baciami.»
«E sia, un nazista in meno.»
IL VECCHIO PROFESSORE di Wisława Szymborska
Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, Wisława Szymborska (1923-2012) è una poetessa polacca. La poesia che segue, Il vecchio professore, è tratta dalla raccolta di poesie Dwukropek (Due punti) del 2005.
IL VECCHIO PROFESSORE
Gli ho chiesto di quei tempi,
quando ancora eravamo così giovani,
ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.
È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro
cosa è bene e male per il genere umano.
È la più mortifera di tutte le illusioni
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto del futuro,
se ancora lo vede luminoso.
Ho letto troppi libri di storia
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto della foto,
quella in cornice sulla scrivania.
Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,
moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,
gatto in braccio alla figlioletta,
e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio
un uccello non identificato in volo
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.
Lavoro
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.
Alcuni miei ex assistenti,
che ormai hanno anche loro ex assistenti,
la signora Ludmila, che governa la casa,
qualcuno molto intimo, ma all’estero,
due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,
il piccolo Jas che abita di fronte e Marco Aurelio
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto della salute e del suo morale.
Mi vietano caffè, vodka e sigarette,
di portare oggetti e ricordi pesanti.
Devo far finta di non aver sentito
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.
Quando la sera è tersa, osservo il cielo.
Non finisco mai di stupirmi,
tanti punti di vista ci sono lassù
– mi ha risposto.
L’ODIO di Wisława Szymborska
L’ODIO
Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.
28 febbraio 2022
L'urlo - di Luis Sepulveda
Una sporca storia è un libro di Sepulveda pubblicato nel 2004. Come lui stesso scrive contiene testi che "sono tratti dalle tre Moleskine che ho finito tra il gennaio 2002 e il marzo 2004". L'urlo, che parla dell'assurdità della guerra, è uno di questi testi.
L'urlo
Ci sono molti quadri enigmatici di cui ho sempre voluto conoscere il vero significato, ma ce n'è uno, L'urlo, del pittore norvegese Edvard Munch, il cui orrore ha paralizzato qualunque desiderio di indagare. Ora so cosa urla quel viso stravolto da un'espressione che riunisce tutto l'umano terrore, l'umana paura, l'umano abbandono. Urla: «MALEDETTE LE GUERRE E LE CANAGLIE CHE LE FANNO». La voce senza suono di Munch ha trovato espressione spagnola, ad onta di molti, nella bocca di Julio Anguita, leader comunista, un uomo di pace, uno di quelli che hanno reso possibile il ritorno della democrazia in Spagna e che ora, proprio perché è uomo di pace, viene stigmatizzato, demonizzato, da quanti cercheranno disperatamente una giustificazione per la morte di suo figlio, il giornalista Julio Anguita Parrado.
Impariamo a forza di colpi che ci umiliano. Impariamo per esempio che non tutti gli anziani sono saggi e che nessun sentimento di pietà davanti alla vecchiaia consiglia di accettare con rassegnazione che don Manuel Fraga, presidente della Galizia, confronti le morti di una guerra ingiusta, perché tutte le guerre lo sono, con quelle provocate dagli incidenti stradali. Impariamo che la politica, soprattutto quella internazionale, in quanto antica arte del possibile, non ha bisogno di dame di ferro come la ministra Ana Palacio, e che la sua ovvia inesperienza non l'autorizza a sentenziare cos'è un massacro e cosa non lo è in funzione di una mostruosa statistica delle vittime, perché confrontare il numero di caduti di questa guerra con un'altra è semplicemente osceno. Impariamo che la pace è la strada più difficile perché richiede risposte molto complesse a problemi che i guerrafondai presentano con stupefacente semplicità. Impariamo, e Julio Anguita Parrado ha dato la sua vita perché potessimo farlo, che ci sono uomini disposti a difendere la verità anche a prezzo della propria vita. I giornalisti della sua statura vanno al fronte per salvare la prima vittima e cioè la verità, per darci modo di sapere cos'accade realmente, per salvarci dalla disinformazione dei guerrafondai. Il primo morto spagnolo della guerra in Iraq non è stato ucciso dal caso, né dal rischio intrinseco al suo lavoro di corrispondente da una zona calda. Poco importa che il missile fosse iracheno. Poco importa se quei ragazzi di Manchester o di Dublino, del Tennessee, del New Jersey o del Colorado, che tornano a casa avvolti in una bandiera, sono morti sotto fuoco amico o sono stati colpiti dagli iracheni. Poco importa se quegli uomini di Bassora o di Baghdad sono periti negli atroci bombardamenti o assassinati da fanatici seguaci di Saddam. Poco importa se i bambini mutilati, se le migliaia di civili morti o feriti sono l'«inevitabile percentuale di danni collaterali», come ha dichiarato Donald Rumsfeld. L'importante è che tutti sono vittime di una guerra che poteva essere evitata.
L'urlo di Munch è uscito dalle pinacoteche e si è istallato nelle strade dell'Iraq, del Regno Unito, degli Stati Uniti, della «vecchia Europa» e di una Spagna che «per uscire dall'angolo» ha sacrificato venticinque anni di vocazione pacifica.
Impariamo a forza di colpi, ma impariamo tutti? La massa entusiasta della maggioranza assoluta si chiederà per esempio: perché il terzo uomo non è stato invitato in Irlanda dove verrà decisa la spartizione del bottino? Perché alle Azzorre sì e a Dublino no? Impareranno che si può perdere anche la dignità e che i bulli non sono particolarmente gentili con la gente ossequiosa? Impareranno che le nazioni sono veramente grandi quando si dedicano senza cedimenti al più grande compito umano: la convivenza pacifica?
Quale aggettivo di biasimo, quale entelechia galiziana, quale distacco da atleta della fuga in avanti, quale mormorio della massa potrà far tacere la voce di un uomo che perde un figlio, il suo sereno e dignitoso dolore che gli fa esclamare: «MALEDETTE LE GUERRE E LE CANAGLIE CHE LE FANNO».
Note
Edvard Munch, L’urlo
Pittore norvegese autore del celebre quadro L’urlo, simbolo di angoscia e terrore.
Julio Anguita
Politico spagnolo, leader comunista, noto per il suo impegno pacifista e per il ruolo nel ritorno della democrazia in Spagna.
Julio Anguita Parrado
Giornalista e figlio di Julio Anguita; morì nel 2003 mentre seguiva la guerra in Iraq come inviato.
Manuel Fraga
Politico spagnolo, presidente della regione Galizia; minimizzò le morti della guerra paragonandole a quelle degli incidenti stradali.
Ana Palacio
Ministra degli Esteri spagnola; sostenne che non si potesse parlare di “massacro” in Iraq basandosi sul numero delle vittime, creando una sorta di “scala” quantitativa della tragedia.
Donald Rumsfeld
Ministro della Difesa degli Stati Uniti; definì i civili morti in guerra “danni collaterali”.
Guerra in Iraq (2003)
Conflitto iniziato da Stati Uniti, Regno Unito e Spagna contro il regime di Saddam Hussein; molto contestato a livello internazionale.
“Vecchia Europa”
Espressione usata da politici statunitensi per criticare i paesi europei contrari alla guerra (Francia, Germania, Belgio).
Vertice delle Azzorre
Incontro tra Bush, Blair e Aznar nelle isole Azzorre per decidere l’inizio della guerra in Iraq.
Dublino e la “spartizione del bottino”
Riferimento ironico al fatto che la Spagna fu coinvolta nelle decisioni sulla guerra (Azzorre) ma non nelle trattative successive sui vantaggi politici ed economici.
“Entelechia galiziana”
Uso ironico del termine filosofico “entelechia” (condizione di perfezione raggiunto da un ente) per indicare un discorso assurdo, pomposo e vuoto; “galiziana” allude a Fraga.
“Atleta della fuga in avanti”
Espressione metaforica per indicare un politico che evita le responsabilità correndo sempre “avanti” senza affrontare i problemi.
7 gennaio 2022
Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto I
Dal canale La Divina Commedia in HD
Il primo video è una sorta di riassunto animato del I canto. Il secondo contiene il testo del I canto dell'Inferno, quello che fa da proemio a tutta la Commedia e ci racconta come e perché Dante si trova nella selva oscura.
26 dicembre 2021
Stupor Mundi
10 maggio 2021
La Primavera Hitleriana
I fatti che vengono raccontati nella lirica fanno riferimento alla visita di Adolf Hitler a Firenze il giorno 9 maggio del 1938. Nel corso di questa visita il führer sfilò per le vie di Firenze insieme a Mussolini e agli uomini del suo seguito, assistette allo spettacolo allestito per l'occasione al Teatro comunale e venne accolto in maniera trionfale. Montale descrive appunto questa accoglienza sottolineando come il festeggiamento indirizzato al “messo infernale” faccia di tutti coloro che vi partecipano dei “miti carnefici” che si accostano a colui che può essere considerato il carnefice per antonomasia. Montale vuole sottolineare che il germe della violenza è presente anche in ciò che è apparentemente inoffensivo e che l'irresponsabile consenso della folla alla follia dei capi è il principale alimento del male.
Nella lirica Montale invoca Clizia. Clizia rappresenta il girasole e rappresenta, d'altro canto, Irma Brandeis, donna amata da Montale. La storia di Clizia è narrata da Ovidio nel libro IV delle Metamorfosi. Clizia era innamorata del Sole; si accorse che il Dio Sole la trascurava per andare da un'altra donna, Leucòtoe; provocò la morte della rivale; per questo motivo il Sole non volle più vederla; Clizia, ancora innamorata, continuò ad osservare il Sole seguendo il suo percorso; consumata dall'amore si trasformò in fiore, il girasole, ma continuò a serbare il suo amore anche dopo questa metamorfosi (“il non mutato amor mutata serbi”).
Nella lirica viene profetizzata la catastrofe della Seconda guerra mondiale e il suo esito, una sorta di resurrezione dopo la distruzione.
La primavera Hitleriana
Folta la nuvola bianca delle falene impazzite1
turbina intorno agli scialbi2 fanali e sulle spallette3,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva4
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano5 scavalcano a questi renai.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale6
tra un alalà7 di scherani8, un golfo mistico9 acceso
e pavesato10 di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra11,
ha sprangato il beccaio12 che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi13,
la sagra14 dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue15
s'è tramutata in un sozzo trescone16 d'ali schiantate,
di larve sulle golene17, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole18.
Tutto per nulla, dunque?19 – e le candele
romane20, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni21 e i lunghi addii
forti come un battesimo22 nella lugubre attesa
dell'orda23 (ma una gemma24 rigò l'aria stillando25
sui ghiacci e le riviere26 dei tuoi lidi27
gli angeli di Tobia28, i sette, la semina
dell'avvenire29) e gli eliotropi30 nati
dalle tue mani – tutto arso e succhiato31
da un polline32 che stride come il fuoco
e ha punte33 di sinibbio34...
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte!35 Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco36 sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti37. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri38 nella sera
della loro tregenda39, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud40...
1Una nevicata di farfalle bianche accompagnò la visita di Hitler presentandosi agli occhi di Montale come un funesto presagio.
2Pallido, sbiadito.
3I parapetti dei Lungarni.
4Conteneva (latinismo).
5Frazione di Fiesole, in provincia di Firenze.
6Il messo infernale è Hitler in visita in Italia. Il 4 maggio è a Roma (arrivato la sera prima), il 5 a Napoli, il 6 maggio è nuovamente a Roma (è la giornata particolare mirabilmente raccontata da Ettore Scola), il 7 avrebbe dovuto assistere a esercitazioni dell'aeronautica che vennero rimandate al giorno 8 per via del maltempo e il 9, infine, fu a Firenze. Poco più di un anno dopo, il 22 maggio 1939, Italia e Germania, nelle persone dei ministri Galeazzo Ciano e Joachim Von Ribbentrop, firmarono il Patto d'Acciaio.
7Alalà è una divinità femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti, da cui deriva il grido d'esultanza fascista "Eia! Eia! Eia! Alalà!".
8Sgherro, sicario.
9Il golfo mistico è la zona in cui si colloca l'orchestra. Qui, per sinèddoche (parte per il tutto), indica il Teatro Comunale di Firenze in cui fu allestito per l'occasione il Simon Boccanegra di Verdi.
10Ornato. Pavesare significa ornare di drappi una nave a scopo celebrativo.
11In onore di Hitler sono stati chiusi i negozi. Le vetrine appaiono inoffensive ma il poeta ne descrive una che mostra giocattoli di guerra che evocano l'ideologia bellica dei regimi fascista e nazista e sembrano prefigurare il disastro della Seconda guerra mondiale.
12Macellaio.
13Dopo quella con cannoni e giocattoli di guerra, un'altra vetrina che, attraverso l'immagine dei capretti macellati, evoca le vittime della guerra.
14Festa.
15Questa giornata in onore di Hitler viene descritta come la festa dei miti carnefici (ossimoro). Una massa che appare entusiasta perché ignara del massacro imminente.
16Ballo popolare.
17Striscia di terreno, compresa tra l’argine e il letto di un fiume.
18La strana moria di farfalle ha una sorta di valore profetico che inchioda i miti carnefici alle loro colpe.
19Il poeta è profondamente turbato da quanto sta osservando e lo vede come il segno di una catastrofe che vanifica tutto ciò che può esserci stato di positivo (nell'inciso che segue parla delle ultime ore passate con Clizia/irma Brandeis). Eugenio Montale incontra Irma Brandeis a Firenze nel 1933 e nasce una storia d'amore destinata a concludersi definitivamente nel 1938. Montale idealizza poeticamente la figura di Irma, cui si riferisce con il soprannome-senhal di Clizia, come donna angelo capace di ridare senso alla sua vita ed affrontare i suoi drammi esistenziali.
20Fuochi d'artificio usati per lo spettacolo pirotecnico in occasione della festa di San Giovanni, patrono di Firenze, che cade il 24 giugno.
21Le promesse fatte.
22Le promesse e gli addii scambiati con la donna amata hanno la solennità di un sacramento.
23Massa violenta (di soldati). Qui si allude all’esercito nazista.
24Una stella cadente, probabilmente.
25Lasciando cadere.
26Coste.
27Irma Brandeis, l'ispiratrice di questo personaggio, era nordamericana.
28Si tratta dei sette angeli che stanno dinanzi al Signore e comunicano a Dio i meriti degli uomini.
29La preparazione del futuro vista con la speranza di un riscatto.
30I girasoli, simbolo di luce e salvezza.
31Bruciato e divorato (distrutto, quindi).
32La polvere delle falene.
33Raffiche.
34Vento freddo e sferzante.
35Questa primavera, sebbene ferita (piagata), continua ad essere festa se trasforma in morte (allude ai vari segni nefasti ricordati nei versi precedenti) questa morte che è rappresentata dai festeggiamenti per il “messo infernale”.
36Interiore, nascosto.
37 Il sole che è dentro di te sia abbagliato (si abbacini) in Dio e si annulli in Dio per la salvezza di tutti. Clizia diventa quindi simbolo del sacrificio di Cristo. “Paga lei per tutti, sconta per tutti” (spiega Montale in un suo articolo del '46).
38I protagonisti dell'incontro: Hitler e Mussolini.
39La tregenda è un convegno di streghe e demoni.
40È l'augurio di un'alba di rinascita, bianca ma non più delle ali ripugnanti che avevano corredato la “tregenda”, che possa seguire questa sera e ridestare le Terra fatta deserto. Il critico Gilberto Lonardi propone un preciso riferimento storico, inserito come profezia a posteriori, alla risalita delle truppe alleate dalla Sicilia (a partire dallo sbarco del 9 luglio del 1943), ipotesi opinabile ma compatibile con la datazione ad arco della Primavera hitleriana «1939-1946».
12 dicembre 2020
1 giugno 2020
Leopardi e la malattia come strumento conoscitivo
Leopardi negò sempre una corrispondenza tra vita e filosofia e, soprattutto, negò che la sua visione della vita fosse la semplice conseguenza della sua personale situazione.
Sebastiano Timpanaro (filologo e critico letterario attivo nella seconda metà del Novecento) formulò l'ipotesi che la malattia abbia agito in Leopardi come uno stimolo, trasformandosi in un "formidabile strumento conoscitivo".
Il Leopardi ha sempre protestato con piena ragione contro quegli avversari che credevano di potersi esimere dalla confutazione razionale del suo pessimismo presentandolo come il mero riflesso di una condizione patologica (pessimista perché gobbo!), privo quindi di ogni validità generale. Che questa tesi [...] sia da respingere, non c’è dubbio. Ma il vero modo di respingerla non consiste nel negare, come pure si è fatto, ogni incidenza della malattia e della deformità fisica nella genesi della Weltanschauung [concezione del mondo] leopardiana [...]. Bisogna invece riconoscere che la malattia dette al Leopardi una coscienza particolarmente precoce ed acuta del pesante condizionamento che la natura esercita sull'uomo, dell'infelicità dell'uomo come essere fisico. Come certe esperienze personali di rapporti di lavoro sviluppano nel proletario una consapevolezza particolarmente intensa del carattere classista della società capitalistica (quel «senso di classe» così difficile ad acquisire per l'uomo di sinistra di origine non proletaria), così la malattia contribuì potentemente a richiamare l'attenzione del Leopardi sul rapporto uomo-natura. Il torto [...] non sta nell'aver affermato l'esistenza di un rapporto tra «vita strozzata» e pessimismo, ma nel non aver riconosciuto che l'esperienza della deformità e della malattia non rimase affatto nel Leopardi un motivo di lamento individuale, un fatto privato e meramente biografico, e nemmeno un puro tema di poesia intimistica, ma divenne un formidabile strumento conoscitivo. Partendo da quell'esperienza soggettiva il Leopardi arrivò a una rappresentazione del rapporto uomo–natura che esclude ogni scappatoia religiosa [...] e che, per il fatto di essere personalmente sofferta e artisticamente trasfigurata, non perde nulla della sua «scientificità».
(Sebastiano Timpanaro, Il pessimismo «agonistico» di Leopardi, da Classicismo e illuminismo, Pisa, Nistri-Lischi, 1965, pp. 150-182).
24 marzo 2020
Endecasillabo
Si tratta di un verso il cui ultimo accento ritmico cade sulla decima sillaba (gli altri accenti sono mobili, entro certi limiti).
L'endecasillabo piano è composto di undici sillabe.
Esempio di endecasillabo
"Nel mezzo del cammin di nostra vita"
- Nel
- mez
- zo
- del
- cam
- min (accento)
- di
- no
- stra
- vi (qui, sulla decima sillaba, l'ultimo accento)
- ta
Esempio di sinalefe
"Mi ritrovai per una selva oscura"
- Mi
- ri
- tro
- vai
- pe
- ru
- na
- sel
- va os (sinalefe)
- cu
- ra
Si distinguono due tipi di endecasillabo:
- a minore (accento secondario sulla IV sillaba, Mi ritrovài per una selva oscura)
- a maiore (accento secondario sulla VI sillaba, Nel mezzo del cammìn di nostra vita)
Se vuoi provare a creare i tuoi endecasillabi potresti partire da un schema con undici spazi che dovranno essere riempiti da altrettante sillabe. Può essere di aiuto prendere spunto da qualche endecasillabo famoso (ad esempio quelli della Divina Commedia).
|
Nel |
mez |
zo |
del |
cam |
min |
di |
no |
stra |
vi |
ta |
|
col |
puz |
zo |
del |
to |
pin |
di |
Non |
na |
Pi |
Na |
|
Mal |
va |
gio
|
pro |
fes |
so |
re |
d'i |
ta |
lia |
no |
7 giugno 2019
Er giorno der Giudizzio - Il giorno del giudizio universale
Er giorno der Giudizzio
Cuattro angioloni co le tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a ssonà: poi co ttanto de voscione
cominceranno a ddì: ffora a cchi ttocca.
Allora vierà ssù una filastrocca
de schertri da la terra a ppecorone,
pe rripijjà ffigura de perzone,
come purcini attorno de la bbiocca.
E sta bbiocca sarà ddio bbenedetto,
che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.
All’urtimo usscirà ’na sonajjera
d’Angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,
smorzeranno li lumi, e bbona sera.
note
v. 5 filastrocca: lunga fila.
v. 10 bbianca, e nnera: i buoni e i cattivi.
v.11 una pe annà in cantina, una sur tetto: una per andare all'inferno, una in paradiso.
29 aprile 2019
Ungaretti - scheda didattica
- una piccola introduzione con qualche notizia biografica,
- un breve brano tratto dalla Letteratura dell'Italia unita di Gianfranco Contini,
- una serie di poesie, tratte da L'allegria, corredate di note esplicative per agevolare la parafrasi e la comprensione,
- una poesia più recente, del '68, Per i morti della resistenza.
Giuseppe Ungaretti
Scheda didattica con poesie annotate (pdf 177 kb)
Ne approfitto per additare:



