3 gennaio 2015

La nostra giustizia fa quello che può

Alcune testimonianze sulla Grande Guerra dal recente lavoro del giornalista Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni .

Una prima testimonianza, sull'applicazione meccanica e ottusa dei regolamenti. 
Dal diario di guerra di Silvio D'Amico:
«in un reggimento di fanteria avviene un'insurrezione.
Si tirano Colpi di fucile, si grida ”non vogliamo andare in
trincea". Il colonnello ordina un'inchiesta, ma i colpevoli
non sono scoperti. Allora comanda che siano estratti a sorte
dieci uomini; e siano fucilati. Ma i fatti erano avvenuti Il 28 del mese, e il giudizio fu pronunciato il 30. Il 29 del mese erano arrivati i "complementi", uomini inviati a colmare i vuoti aperti dalle battaglie. Si domanda al colonnello:
"Dobbiamo imbussolare anche i nomi dei complementi?
Essi non possono aver preso parte al tumulto del 28: sono
arrivati il 29".
Il colonnello risponde:
"Imbussolate tutti i nomi".
Su dieci uomini da fucilare, due degli estratti sono arrivati
il 29, e non possono essere colpevoli di nulla. All'ora
della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l'altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce:
"Signor colonnello! signor colonnello!".
Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere.
"Che c'è, figliuolo?"
L'uomo bendato grida:
"Signor colonnello! Io sono della classe del '75. Io sono
padre di famiglia. Io il giorno 28 non c'ero. In nome di Dio!".
Risponde paterno il colonnello:
"Figliuolo, io non posso cercare tutti quelli che c'erano e
che non c'erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto. Confida in Dio”».

Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, pp. 3-4
Dalle relazioni che hanno cercato di comprendere il numero di tali fucilazioni risulta che furono comminate 4.028 condanne a morte e che furono uccisi in questo modo circa mille soldati.

Un esempio di quanto dovesse apparire idiota e crudele la cadorniana fiducia nell'assalto.
Dal diario di guerra del tenente Carlo Salsa: «Passato l'Isonzo, i reggimenti furono scagliati contro questa barriera del Carso. Falangi di giovani entusiasti, ignari, generosi, contro questa muraglia di pietre e fango. Il terreno conquistato era coperto di morti; quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati: non si poteva andare più oltre, senza artiglieria sufficiente, senza bombarde, senza nulla. Ma i comandi sembravano impazziti. ”Avanti!”. Non si può! “Che importa? Avanti lo stesso.” Ma ci sono i reticolati intatti! ”Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti!” Era un'ubriacatura.
Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l'avevano mai veduto. I nostri soldati si fecero ammazzare così a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni».

Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, p. 25

La battaglia dell'Ortigara, denominata in codice Azione K, fu una violentissima battaglia d'alta montagna combattuta dal 10 al 25 giugno 1917 per il possesso del monte Ortigara, sull'altopiano di Asiago.
Nel massacro dell'Ortigara, con Santino Calvi e altri mi­gliaia di alpini, cade il tenente Adolfo Ferrerò, del batta­glione Val Dora. Quarantun anni dopo, nel 1958, furono ritrovate le spoglie del suo attendente. Aveva addosso l'ul­tima lettera di Adolfo, indirizzata al padre, alla madre, al fratello Beppe e alla sorella Nina. Passò altro tempo prima che Nina Ferrerò venisse rintracciata, quasi per caso. Da Asiago telefonarono a una famiglia Ferrerò di Torino: non avevano parenti morti nella Grande Guerra, ma anche la loro donna delle pulizie si chiamava Ferrerò, Nina Ferrerò. Era lei la destinataria del messaggio. Morta nel 1993, è se­polta nel cimitero di Asiago, accanto al fratello.

L'ultima lettera di Adolfo è citata nel libro di Alessan­dro Gualtieri La Grande Guerra delle donne. Non è un testo meditato. Sono frasi scritte di getto, all'alba del 19 giugno 1917, da un uomo che si sente condannato a morte e si di­spera al pensiero di non rivedere le persone care, alternan­do il desiderio che il proprio sacrificio sia riconosciuto, e la paura che sia dimenticato.

«Cari genitori, scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire. Non ne posso fare a meno. Il pericolo è grave, imminente. Avrei rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che odio la retorica... No, no, non è re­torica quella che sto facendo. Sento in me la vita che recla­ma la sua parte di sole; sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma orrenda.

Fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s'oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa e rombi e boati risuoneranno tra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lonta­nanza. Il cielo si è fatto nuvoloso; piove. Vorrei dirvi tante cose... tante... ma Voi ve le immaginate. Vi amo tutti, tut­ti... darei un tesoro per potervi rivedere... ma non posso. Il mio cieco destino non vuole. Penso in queste ultime ore di calma apparente, a te, Papà, a te, Mamma, che occupa­te il primo posto nel mio cuore; a te, Beppe, fanciullo inno­cente; a te, Nina.

Che debbo dire? Mi manca la parola: un cozzar di idee, una ridda di lieti e di tristi fantasmi, un presentimento atro­ce mi tolgono l'espressione. No, no, non è paura. Io non ho paura! Mi sento commosso, pensando a Voi, a quanto la­scio, ma so di mostrarmi forte dinanzi ai miei soldati, cal­mo e sorridente. Del resto anch'essi hanno un morale eleva­tissimo. Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un'anima buona, non piangete. Siate forti come avrò sa­puto esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai mor­to. Il mio nome resti scolpito nell'animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapi­tata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza del­la mia fine gloriosa. E se per ventura mi sarò guadagnato una medaglia, resti quella a Giuseppe.

O genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando sa­ranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me, morto a vent'anni per la Patria. Parlate loro di me; sforzatevi di ri­svegliare in loro il ricordo di me... Che è doloroso il pen­siero di venire dimenticato da essi. Fra dieci, vent'anni, forse non sapranno più di avermi avuto fratello... A voi mi rivol­go. Perdono, perdono vi chiedo, se vi ho fatto soffrire, se v'ho dato dispiaceri. Credetelo, non fu per malizia. La mia inesperta giovinezza vi ha fatto sopportare degli affanni: vi prego di volermi perdonare. Spoglio di questa vita terrena, andrò a godere di quel bene che credo di essermi meritato.

A voi, Babbo e Mamma, un bacio, un bacio solo che dica tutto il mio affetto. A Beppe, a Nina un altro e un monito: ricordatevi di vostro fratello. Sacra è la religione dei morti. Siate buoni. Il mio spirito sarà con voi sempre. A Voi lascio ogni mia sostanza. È poca cosa. Voglio però che sia da Voi gelosamente conservata. A Mamma, a Papà lascio il mio af­fetto immenso. È il ricordo più stimabile che posso loro la­sciare. Alla zia Eugenia, il crocefisso d'argento; al mio zio Giulio, la mia madonnina d'oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le armi e le robe mie. Il portafo­glio (lire 100) lo lascio all'attendente.

Un bacio ardente d'affetto dal vostro affezionatissimo

Adolfo.»

Aldo Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, pp. 159-161

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