La testa del chiodo è una filastrocca di Gianni Rodari, pubblicata nel libro “Filastrocche in cielo e in terra” nel 1960. Questa poesia è un esempio di come Rodari sappia sfruttare il gioco di parole e l’umorismo per stimolare la riflessione nei giovani lettori.
La poesia è composta da tre strofe di quattro settenari (piani, tronchi e sdruccioli).
Il significato della poesia risiede nelle sue apparenti contraddizioni, che sfidano le aspettative del lettore. Ad esempio, la palma della mano che non fa datteri o il treno che ha una coda ma non scodinzola. Questi giochi di parole invitano i lettori a riflettere sulle diverse accezioni delle parole.
L’ultima strofa offre una riflessione finale: anche se un chiodo ha una testa, non può ragionare, un’osservazione che, secondo Rodari, può applicarsi anche ad alcune persone. Questo finale offre un tocco di saggezza e invita i lettori a riflettere sulla differenza tra avere una “testa” fisica e usarla per pensare e ragionare.
La testa del chiodo, di Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra, edito nel 1960 da Einaudi.
La palma della mano
i datteri non fa,
sulla pianta del piede
chi si arrampicherà?
Non porta scarpe il tavolo,
su quattro piedi sta:
il treno non scodinzola
ma la coda ce l'ha.
Anche il chiodo ha una testa,
però non ci ragiona:
la stessa cosa càpita
a più d'una persona.
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