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1 giugno 2020

Leopardi e la malattia come strumento conoscitivo

Giacomo Leopardi soffrì di una malattia invalidante. Una vera e propria disabilità, diremmo oggi, che potrebbe essere rintracciata nel Morbo di Pott o, come è stato sostenuto di recente, nella spondilite anchilopoietica giovanile.

Leopardi negò sempre una corrispondenza tra vita e filosofia e, soprattutto, negò che la sua visione della vita fosse la semplice conseguenza della sua personale situazione.

Sebastiano Timpanaro (filologo e critico letterario attivo nella seconda metà del Novecento) formulò l'ipotesi che la malattia abbia agito in Leopardi come uno stimolo, trasformandosi in un "formidabile strumento conoscitivo".

Il Leopardi ha sempre protestato con piena ragione contro quegli avversari che credevano di potersi esimere dalla confutazione razionale del suo pessimismo presentandolo come il mero riflesso di una condizione patologica (pessimista perché gobbo!), privo quindi di ogni validità generale. Che questa tesi [...] sia da respingere, non c’è dubbio. Ma il vero modo di respingerla non consiste nel negare, come pure si è fatto, ogni incidenza della malattia e della deformità fisica nella genesi della Weltanschauung [concezione del mondo] leopardiana [...]. Bisogna invece riconoscere che la malattia dette al Leopardi una coscienza particolarmente precoce ed acuta del pesante condizionamento che la natura esercita sull'uomo, dell'infelicità dell'uomo come essere fisico. Come certe esperienze personali di rapporti di lavoro sviluppano nel proletario una consapevolezza particolarmente intensa del carattere classista della società capitalistica (quel «senso di classe» così difficile ad acquisire per l'uomo di sinistra di origine non proletaria), così la malattia contribuì potentemente a richiamare l'attenzione del Leopardi sul rapporto uomo-natura. Il torto [...] non sta nell'aver affermato l'esistenza di un rapporto tra «vita strozzata» e pessimismo, ma nel non aver riconosciuto che l'esperienza della deformità e della malattia non rimase affatto nel Leopardi un motivo di lamento individuale, un fatto privato e meramente biografico, e nemmeno un puro tema di poesia intimistica, ma divenne un formidabile strumento conoscitivo. Partendo da quell'esperienza soggettiva il Leopardi arrivò a una rappresentazione del rapporto uomo–natura che esclude ogni scappatoia religiosa [...] e che, per il fatto di essere personalmente sofferta e artisticamente trasfigurata, non perde nulla della sua «scientificità». 
(Sebastiano Timpanaro, Il pessimismo «agonistico» di Leopardi, da Classicismo e illuminismo, Pisa, Nistri-Lischi, 1965, pp. 150-182).

18 dicembre 2012

Alla luna, Leopardi

Caspar David Friedrich - luna
Caspar David Friedrich - Un uomo e una donna davanti alla luna, 1819

Endecasillabi sciolti. La composizione risale al 1819. Il primo titolo era La ricordanza. I versi 13-14 sono stati aggiunti da Leopardi negli ultimi anni di vita.

O graziosa(1) luna, io mi rammento

che, or volge l'anno, sovra questo colle

io venia pien d'angoscia a rimirarti:

e tu pendevi(2) allor su quella selva

siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma(3) nebuloso e tremulo dal pianto

che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci(4)

il tuo volto apparia, che(5) travagliosa(6)

era mia vita: ed è, né cangia stile,

o mia diletta luna. E pur mi giova

la ricordanza, e il noverar(7) l'etate

del mio dolore. Oh come grato occorre(8)

nel tempo giovanil, quando ancor lungo

la speme(9) e breve ha la memoria il corso,

il rimembrar delle passate cose,

ancor che triste, e che l'affanno duri!(10)


_______________________

1 Gradita e piena di grazia, gentile.
2 Sovrastavi.
3 L’avversativa introduce e sottolinea il contrasto tra la luna, che sovrasta e rischiara, e il poeta, che piagnucola.
4 Occhi.
5 Ha valore causale.
6 Piena di dolore.
7 Noverare è numerare. Qui vale richiamare alla mente, passare in rassegna.
8 Si presenta (occorre, con questo significato, è latinismo da occurere, a sua volta da ob, contro, e currere, correre)
9 Speranza (da spem, accusativo di spes, ei)
10 Benché il ricordo sia triste e la sofferenza persista.

C'è anche un video recuperato su Youtube


20 novembre 2012

Giacomo Leopardi - Introduzione

Breve scheda introduttiva al più famoso fra i recanatesi. La scheda comprende un po' di cenni biografici, una brevissima e velocissima rassegna dedicata alle opere principali e uno schemino per evidenziare la relazione tra fasi della vita e cronologia delle opere del Leopardi.
N.B. sono due facciate di A4 pensate per bimbi di terza media.
Per un approccio più serio i link sono questi:
Sempre su questo blog sono disponibili anche:

24 marzo 2012

Il passero solitario - Giacomo Leopardi








Il passero solitario – G. Leopardi (1798-1837)

La datazione di questa poesia è incerta, anche se appare verosimile che sia stata scritta intorno al 1830. Per certo fu pubblicata nel 1835 nella prima edizione dei Canti.
Leopardi descrive un passero avvistato sulla torre del campanile di Recanati e, dal momento che entrambi conducono un'esistenza solitaria, confronta la propria vita a quella dell'uccello. Il passero solitario però desidera la solitudine soltanto perché spinto dalla natura (“di natura è frutto // ogni vostra vaghezza”), quindi non proverà dispiacere (“del tuo costume // non ti dorrai”). Leopardi, al contrario, sa che se giungerà alla dura età matura (che renderà il giorno “più noioso e tetro") non potrà far altro che volgersi indietro - senza possibilità di conforto - e pentirsi del passato.
Metrica: canzone libera in endecasillabi e settenari, in tre strofe.

Il passero solitario

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra1 l'armonia per questa valle.
Primavera2 dintorno3
Brilla nell'aria, e per li campi esulta4,
Sì ch'a mirarla5 intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti6;
Gli altri augelli7 contenti, a gara insieme
Per lo libero8 ciel fan mille giri,
Pur9 festeggiando il lor tempo migliore10:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal11 d'allegria, schivi gli spassi12;
Canti, e così trapassi13
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore14.

Oimè15, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo16 e riso,
Della novella età17 dolce famiglia,
E te german18 di giovinezza, amore,
Sospiro19 acerbo20 de' provetti21 giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito22, e strano23
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai24 cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla25,
Odi spesso un tonar di ferree canne26,
Che rimbomba lontan di villa27 in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio28 in altro tempo: e intanto il guardo29
Steso nell'aria aprica30
Mi fere31 il Sol32 che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno33.

Tu, solingo34 augellin, venuto a sera
Del viver35 che daranno a te le stelle36,
Certo37 del tuo costume38
Non ti dorrai39; che40 di natura è frutto41
Ogni vostra vaghezza42.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro43,
Quando muti questi occhi all'altrui core44,
E lor fia45 vòto il mondo46, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro47,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi48, e spesso,
Ma sconsolato49, volgerommi50 indietro.

NOTE
1Si diffonde.
2Personificazione della Primavera, soggetto dei predicati che seguono.
3Tutto attorno
4La primavera è al suo culmine
5Osservarla. Il pronome enclitico è riferito alla primavera.
6Branco (di bovini). Si noti il chiasmo (soggetto e predicato – predicato e soggetto)
7Uccelli.
8Sereno. Libero dalle nubi.
9Anche loro.
10Giovinezza e primavera.
11Non ti cale, Non ti importa.
12Eviti i divertimenti.
13Trascorri.
14Il più bel periodo dell'anno e della tua vita.
15Interiezione di dolore e disperazione. Variante grafica di ohimè. Inizia la strofa in cui Leopardi mette a confronto la propria vita con quella del passero..
16Divertimento.
17Giovinezza.
18Fratello.
19Rimpianto.
20Amaro.
21Della vecchiaia.
22Lontano, appartato.
23Estraneo.
24Ormai.
25Campana.
26Si riferisce al suono di colpi di fucile (sparano per festeggiare).
27Borgo di campagna, casolare.
28Rimando.
29Sguard. È l'oggetto di “fere”.
30Limpida, serena.
31Colpisce, ferisce.
32Sole. Soggetto di “fere”.
33Il tramonto diventa un monito che sembra avvertire (“par che dica”) che la gioventù è destinata a finire (“vien meno”).
34Solitario.
35Arrivato alla fine della vita.
36Il destino.
37Certamente.
38Modo di vivere, di comportarti. L'allusione è, ovviamente, alla scelta di stare in disparte.
39Lamenterai.
40Ha valore causale: perché.
41Conseguenza, prodotto.
42Desiderio.
43Otterrò (impetrare è ottenere con preghiere).
44Quando i miei occhi non saranno più in grado di dire nulla ad altri.
45Sarà, diventerà.
46E a loro (gli occhi) il mondo apparirà vuoto, privo di interesse.
47Il futuro (la vecchiaia) sarà ancora più noioso e triste del presente.
48Mi pentirò.
49Senza speranza di trovare un conforto.
50Mi volgerò.

8 febbraio 2012

Dialogo della Natura e di un Islandese (adattamento per pargoli viaggiatori)


Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, superato l'equatore, vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, simile a quanto già visto nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse. 

Natura 
Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?
Islandese
Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura
Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese
La Natura?
Natura
Non altri.

9 maggio 2011

L'infinito - Leopardi





Si noti che:
il colle è il monte Tabor, citato anche in altre liriche;
il "Ma" del quarto verso si oppone ad "esclude";
il "come" del verso 8 vale "non appena";
il "così" del verso 13 allude all'attività di paragonare finito e infinito, effimero ed eterno;
il "naufragar" dell'ultimo vero indica che il poeta trova piacevole l'idea di un annullamento della propria coscienza nella vastità dell'infinito raggiungibile con il pensiero.

Salinari e Ricci osservano che per Leopardi essenziale è il cammino verso l'infinito, ovvero la capacità di superare il dato reale per concepire l'infinità di spazio e tempo, dove l'infinito rappresenta una forma di superamento dei limiti imposti all'uomo.
Lo Stesso Leopardi ci dice nello Zibaldone che l'anima umana desidera sempre il piacere e questa tendenza non ha limiti; che l'uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio; che il piacere infinito non si trova nella realtà ma nell'immaginazione, dalla quale derivano speranza e illusioni (per questo la speranza è sempre maggiore del bene ottenibile e per questo la felicità umana non può consistere che nell'immaginazione e nelle illusioni).